—Ah, siete voi, messer Giovanni? Bene arrivato! Dicevo le acque acconce, le acque cedrate, i siroppi per la signora.—
I famigli, che non avevano bisogno di tutte quelle spiegazioni, avevano già levato da una credenza il vassoio con le bocce di cristallo, e si preparavano a seguire con quello il messaggero Polidamante.
—Quando si dice nascer vestiti!—esclamò don Garcìa, volgendosi al Passano.—I padroni hanno anticipata l’ora di uscire in giardino. Potete salire dietro a Polidamante, e presentarvi, e far le vostre ambasciate, senza interrompere i commentarii di Cesare.
—I commentarii.... Che dite voi, don Garcìa?
—Eh, sì, i commentarii di Cesare, come li chiama frate Alessandro.
—Sta bene, avevo inteso;—riprese il Passano.—Domandavo che diavolo è.
—Una storia, amico, una storia di laggiù, mi capite? Il capitano ci ha fatto l’onore di chiamarci nella caminata, per cinque sere alla fila, e ce ne ha letti già cinque capitoli. In quello scritto racconta tutto quello che s’è fatto alle Indie.
—Ah, bene! capisco, ora. Ci avrà molto da raccontare, perchè molto si è fatto. E parla di voi?
—No, non ci siamo ancora, a quel punto;—rispose don Garcìa, rannicchiandosi.—Penso, del resto, che quando saremo a quel punto, egli mi dovrà passare sotto silenzio. Del che non mi lagnerò,—soggiunse egli umilmente;—che anzi, dovrò sapergliene grado. Beati gli uomini di cui non avrà da occuparsi la storia.
—Bravo! siete filosofo?