Vorrei poter scrivere il nome del mio migliore amico sulle mie pagine migliori. Ma, poichè sono appena ai cominciamenti, accetta con lieto animo che io ti dedichi queste, sebbene modestissime, che sono le prime pagine della mia prosa.

Di certo, la prima pietra non è la più bella di un monumento, nè quella che raccoglierà l'ammirazione de' viandanti; e tuttavia la è consacrata fra tutte le altre da cerimonie solenni. A me, quando il mio edifizio letterario, comunque e' riesca, sarà condotto più innanzi, tanto da argomentarne la struttura e gli intendimenti dell'architetto, sarà dolce il pensare, che sulla prima pietra era scritto il tuo nome.

Di Genova, il 25 settembre del 1866.

Anton Giulio Barrili.

SANTA CECILIA

I.

— È pure un noioso mestiere! — esclamò Tiberino, fra uno sbadiglio e l'altro, mentre si stiracchiava le braccia in alto e il corpo sul divano, con pochissimo rispetto alle tre persone che a quell'ora si trovavano nella bottega da caffè del Gran Corso.

Tre persone, s'intende, non contando noi che eravamo cinque, seduti a nostro bell'agio sui divani di un angolo della prima sala, con tanto di sigaro tra i denti e le gambe intralciate fra i sostegni a rabeschi di una tavola di marmo.

Era il tocco dopo il meriggio, di una giornata, nè bella nè brutta, del mese di marzo; non ricordo bene se della prima, o della seconda quindicina. Quel che ricordo si è che eravamo tutti studenti e facevamo, alla bottega da caffè del Gran Corso, chi il terzo e chi il quarto anno di leggi.

Il benigno lettore, per cui mi dispongo a inframmettere una parentesi nel racconto, non intenderà forse come si potesse fare il terzo e il quarto anno di leggi in una bottega da caffè; e cotesto perchè ignora certamente, e perchè io ho ancora da dirgli, quante fossero le università di Genova innanzi il 1858; chè le mie cognizioni sulla materia non vanno oltre quel tempo. Altri adunque narri quante sono ai dì nostri; io narrerò quante erano allora.