Turbato un tal poco da quegli atti curiosi e da quelle voci di meraviglia, il giovine affrettò il passo fin sopra la spianata; s'inoltrò sotto il pronao del tempio, che era sorretto da enormi tronchi di palma foggiati a colonne, ed oltrepassò il sacro limitare, fiancheggiato dai simbolici leoni di pietra.

Colà, un più meraviglioso spettacolo si parò davanti agli occhi del giovine. Sulle prime, tra per la luce riflessa dalle lamine d'oro e d'argento, che correano alternate sull'alto delle pareti, e per la nube d'incenso che si diffondeva nell'ampio recinto, parve a lui d'essere, anzi che tra' mortali, nella regione dei sogni, in cui si pregustano le delizie celesti. Ma, a poco a poco, avvezzando lo sguardo a quella vaporosa veduta, egli potè discernere partitamente ogni cosa.

La cella sacra, dov'egli avea posto piede, era un'ampia sala quadrilunga; conterminata da un'abside, su cui si levava la cupola, già veduta di fuori. Le mura tutto intorno apparivano ornate di stucchi, con iscrizioni e bassorilievi colorati, fino all'altezza degli stipiti di un gran numero di porte, le quali mettevano alle camere dei sacerdoti. Ai lati di queste grandeggiavano leoni e tori alati, dal volto umano, o dalla testa d'aquila, che parevano vegliare riverenti, a custodia delle mezze figure chiuse nel circolo eterno, con lunghe ali distese, emblemi della divinità suprema, i quali si vedeano scolpiti più in alto. E dove finivano le sculture e i dipinti, incominciavano i fregi di lamine d'oro, intelaiati a guisa d'arazzi nel vano di un finto colonnato d'argento, che saliva a sostenere un sopraccielo di legno prezioso, partito a cassettoni, con entro rosoni ed altre fogge di fantastici fiori, messi ad argento ed oro, siccome le colonne già dette. Nell'abside, sotto la cupola, sorgeva l'altare di Militta, masso di diaspro riquadrato e lucente, su cui s'innalzava il bianco simulacro della Dea, che poggia il piede sul domato leone, e reca tra mani il fiore della vita. Ai quattro angoli dell'altare, fumavano, entro bracieri sostenuti da tripodi di bronzo, i quattro aromi più grati agli abitatori del cielo; e d'ogni parte pendevano, in lungo ordine disposte, le lampade d'argento, donde i lucignoli di bisso attingevano l'olio fragrante, per dar luce e profumi all'intorno.

E per mezzo a quella nube d'incenso che si diffondeva dall'abside, il principe vide uno stuolo di sacerdoti, i quali posavano dalle cerimonie e dai cantici, seduti su sgabelli d'ebano, il cui nero lucente faceva vieppiù risaltare la candidezza delle lunghe stole (il bianco era il color sacro a Militta) e degli ampii mantelli in cui ravvolgevano la persona. Il gran sacerdote si discerneva, tra gli altri, per la tunica sfoggiatamente trapunta e frangiata d'oro sui lembi, per l'aurea cintura tempestata di gemme e per l'aurea mitria foggiata a testa di pesce, la cui infula scendeva ad accappatoio sulle spalle, simulando le squamme dell'animale e la coda a due punte. Militta, non lo si dimentichi, era altresì Daokina, e la mitria del pesce dio, portata dai sacerdoti di Babilu, doveva coprire il capo ai ministri di ben altre divinità, posteriori nel tempo.

Una mensa di lucido argento, sorretta da figure simboliche, era collocata davanti all'altare e sovr'essa splendevano le liberali offerte dei più ricchi adoratori. Capaci coppe di bronzo si scorgeano dai lati, nelle quali ogni donna che uscisse dal tempio gittava la sua moneta, d'argento, o di rame. E tratto tratto si vedeva alcuna di esse, muoversi dal fondo, inoltrarsi fino all'altare, e deporre il suo tributo, levar le mani in atto di adorazione ed uscire.

Ciò ricondusse più indietro gli sguardi del giovine. Il sacro recinto non era anche spopolato del tutto; imperocchè, sedute in lungo ordine su panche di legno, attorniate da curiosi che le veniano squadrando degli occhi, stavano molte donne in attesa, con funicelle ravvolte intorno al capo, e, ognuna di esse giusta la sua condizione, nobilmente vestite ed adorne. Quella era per fermo la celebrazione d'un rito; nè il re d'Armenia lo ignorava, essendo allora i misteri di Militta Zarpanit famosi per tutte le circonvicine regioni.

Così voleva il costume, che ogni donna babilonese dovesse, una volta in sua vita, rimanersi nel tempio aspettando, fino a tanto non avesse pagato il suo tributo alla Dea. Ciò ch'ella riceveva dall'ignoto, il quale accostavasi a lei, rivolgendole la frase «invoco per te la dea Militta,» dovevasi gittare in offerta nella coppa di bronzo. Nè ella, poichè s'era così seduta in attesa, con la funicella intorno alle tempie, potea più respinger l'omaggio dello straniero, chiunque egli fosse. Mostruoso rito; ma non è in balìa del narratore il mutarlo. Forse era naturale corrompimento d'un alto concetto; forse reliquia di più rozzi costumi, non potuta cancellare del tutto, epperò saviamente dissimulata dalla santità della cerimonia; fors'anco, nell'uso, era temperato da acconci convegni, da gentili artifizi, che la storia non ha tramandati alle tarde generazioni, e che il senno di questo può argomentar verosimili. Ma di ciò pensi ognuno a sua posta.

Ben ci raccontano gli antichi, ed è anche agevole il credere, che le più nobili e ricche sdegnassero di mescolarsi cosiffattamente alla comune delle donne babilonesi, nella celebrazione dei sacri misteri. Elleno per fermo non si ristavano dallo accorrere al tempio; ma in lettighe coperte e accompagnate da uno stuolo di servi, che recavano i loro donativi e le debite offerte all'altare.

Una di queste felici era appunto allora nel tempio, prostrata dinanzi ai gradini dell'abside, su d'un morbido cuscino che sotto i ginocchi le avea posto un'ancella, mentre un'altra deponeva sulla mensa il presente della signora, aromi e polvere d'oro in vasi d'alabastro.

Quella donna, veduta appena, trattenne lo sguardo del giovine. O fosse la singolar leggiadria delle forme, non potuta nascondere dalle pieghe del velo che tutta le involgea la persona, o il suo rimanersi in disparte e la compagnia delle ancelle, che la dicevano donna di ragguardevole stato, od altra più riposta cagione (che molte ve n'ha, sottili, inavvertite ed arcane, per disporre in varie guise la trama degli eventi), fatto sta che quella donna velata, lontana, ignara di lui, gli occupò la mente, lo disviò da tutta quella moltitudine di aperte e sorridenti bellezze, che in lui figgevano i grandi occhi neri, pieni di schietta ammirazione a di dolci lusinghe.