— La fama? E tu credi a questa vile menzogna? Anzitutto, sai tu donde nasca? Non già dalla lode, così scarsa pei vivi e restìa; bensì dalla invidia, dal maltalento, a cui giova il perfidiare, e dalla stoltezza, cui torna agevole il credere. Semiramide ha i suoi nemici e non li cura; ma per fermo le dorrà di vederti fra costoro. In che t'ha ella offeso, perchè tu creda così ciecamente il peggio di lei?

— Tu l'ami, lo vedo; — le disse il re d'Armenia, con malinconico accento; — ma io pure ho amato, e l'amico del mio cuore non è più tra i viventi. Povero Sandi! Era egli il compagno della mia fanciullezza, egli il mio fratello d'armi, di caccie e di giuochi, egli il gentile poeta che mi allegrava lo spirito con le sue leggiadre canzoni. Vaghezza di gloria lo trasse pellegrino alle mura di Babilu. Chi non lo avrebbe amato, vedendolo? E lo vide costei, il biondo garzone d'Armenia, che avea cantata nei suoi versi innamorati la bellissima rosa di Sennaar; lo vide e lo amò, per ucciderlo. Così fu narrato in Armavir; una sera egli salìa chetamente ai pensili orti della regina; all'alba vegnente, l'Eufrate accoglieva nei suoi gorghi un cadavere.

— Ah, menzogna! — gridò ella balzando in piedi, con piglio iracondo. — E chi ha osato calunniarla in tal guisa? Ella non vide il tuo Sandi, io te lo giuro pe' sommi Dei, che ci stanno sul capo. Non dar vanto di regali amori, siano essi pure feroci, come tu pensi, o re d'Armenia, a chi forse lasciò la vita in un laccio volgare.

— Perchè ti sdegni? — le chiese Ara turbato. — Amica della regina, troppo poco lo sei di chi t'ama. E sia pure! L'oracolo di Peznuni me lo aveva pur detto, innanzi ch'io lasciassi Armavir! «La terra di Sennaar ti sarà fatale!» Accusami alla regina; domani non andrò al suo palazzo, sibbene alla morte. Non mi dorrà il morire, se dalle tue labbra mi verrà la sentenza. —

L'accento appassionato commosse la sconosciuta.

— T'inganni; — soggiunse ella, ad un tratto mutata. — Troppo facile trascorsi allo sdegno; ma non temere! Chi t'ha veduto una volta non può tradirti, per fermo. A te l'amicizia offuscò la ragione; a me l'amicizia dettò le irose parole. Se tu conoscessi Semiramide, — e qui la voce di lei assunse un tono d'infinita mestizia, — sventurata la diresti, non rea. Nessuno amò la povera regina, nessuno! Ella è sola, si sente sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare. Chiede affetto (e chi, tra i nati all'amore nol chiede?) ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vede e desidera la regina; nessuno ha amata la donna. Tu la vedrai, re d'Armenia, e se non somigli a quanti le stanno tementi dintorno, se hai virtù di penetrare con lo sguardo oltre il fasto regale che la circonda, vedrai dolore che non ha uguale in terra, e che mal si tenta di nascondere nel profondo dell'anima; vedrai fastidio d'ogni grandezza, d'ogni vanità, d'ogni ossequio bugiardo; vedrai desiderio infinito di verità, di schiettezza e di fede. E allora... allora non crederai alla fama, allora, forse, tu amerai quella donna. —

Il giovane crollò mestamente il capo, come chi, non potendo assentire, non ardisce pure far contro.

— Perchè, — entrò egli a dire, — ci diam noi pensiero di ciò? Tristi ricordi hanno fatto forza all'animo mio; lasciamo ora in disparte ogni cosa che non sia l'amor nostro; te ne prego. Parliamo di noi; parliamo di te, — aggiunse con voce carezzevole, — di te, che sei tanto leggiadra, anco negl'impeti dello sdegno. Celebrata è Semiramide nel mondo per maravigliosa bellezza; ma ella, mentre tu l'ami e la difendi, per fermo invidia la tua. —

E rimase ad attendere una sua parola, curvo in atto amoroso di fianco a lei, che s'era di bel nuovo seduta, modesto e ardente ad un tempo, lo sguardo fiso in quei grand'occhi neri, che lo guatavano tra curiosi ed incerti.

— M'ami tu molto? — gli chiese ella cedendo ad un moto repentino dell'animo.