Ciò detto, accostò la coppa alle labbra e bevve il consacrato liquore dolcissimo, a mala pena spremuto, ma che tornerebbe fatale a chi lo bevesse dopo fermentato. Tale era il sacrifizio del fuoco, tale l'offerta dell'amòmo, presso le antichissime genti dell'Iran.
Il sacrificatore proseguì, levando le palme all'altare:
— «Come tu ardi in questa fiamma, come tu regni nei cieli, così regna in terra, o possente Ahuramazda; così stendi il tuo divino impero dai culmini dell'Iran fino alla pianura del Sennaar e più oltre ancora, fin dove stridono i flutti del mare allo inabissarsi del sole. Possa Babilonia, possa il popolo delle quattro favelle, inchinarsi alla tua legge, o spirito di verità! I suoi astri venerati, che sono essi al cospetto della tua luce? Le sfere celesti, le forze arcane della natura, dovranno sempre usurpare il tuo luogo, o creatore di tutto ciò che è, nell'ordine degli spiriti eterni e delle cose mortali?» —
Così disse, con fervido accento nella sacra lingua di Javan; così diè fine alla preghiera e si alzò per chiudere il rito. Un lieve moto del capo gli consentì di vedere dietro di sè, pochi passi discosto, ov'era un altr'uomo genuflesso, e un sorriso di superba contentezza sfiorò le sue labbra. Fingendo tuttavia di non avvedersi della presenza di quell'altro, egli attese con minuta cura a rasciugare la coppa e a gittar sul fuoco gli avanzi del sacrificio; quindi finalmente si volse e andò, con piglio affettuoso, incontro al nuovo venuto.
Era questo un giovinetto, le cui strane sembianze comandavano l'attenzione. La grazia ingenua degli atti e del sorriso, la eleganza un tal po' impacciata delle forme e una certa inconsapevol ferocia dello sguardo, pareano contendersi l'impero su quell'aspetto di adolescente e lo faceano rassomigliare ad un lioncello, dai cui moti leggiadri, ma già di soverchio baliosi, trasparisce la forza e la crudeltà degli anni maturi. Sorridevano le labbra coralline, ma tumide di voluttà e d'orgoglio, lievemente ombreggiate dai peli vani della pubertà nascente; si rappicciolivano gli occhi sotto le ciglia, in atto tra ossequioso ed amorevole, ma lucidi e fissi, promettitori di lampi; soavi erano i contorni del viso, ma sotto quella bruna carnagione si vedeva correre vivace, impetuoso, il sangue della stirpe cussita. Egli appariva un misto di fierezza più che virile e di dolcezza femminea; cose del resto assai facili ad accoppiarsi nella umana natura. Per altro, la sua tenera età lo ravvicinava più ancora al femmineo; aiutando a questa apparenza la sua bianca tunica frangiata d'oro, con sopravveste violacea, la mitra aggraziata, dai capi pendenti sugli òmeri, e la collana di gemme, che dintornava un collo soavemente tondeggiante, siccome è delle donne o dei giovani.
Alzatosi in piedi sollecito, l'adolescente si mosse anch'egli, per farsi incontro al maggiore.
— Padre mio, — diss'egli inchinandosi, nell'atto di ricever l'abbraccio di quell'altro, — sia Ahuramazda con te, e i sommi Dei di Babilonia del pari! —
Aggrottò l'altro le ciglia a quelle parole del giovone.
— E' sono inferiori suoi; t'è già noto, o Ninia; — rispose egli con aria di paterno rimprovero; — eglino, quanti sono, adorati dalla stirpe degli Accad, obbediscono a lui, come i sei santi immortali e la innumerevole schiera degli spiriti da lui creati nel tempo. Da lui viene la luce, che dà splendore agli astri del cielo e infonde virtù agli elementi; in lui solo è la verità suprema, la bellezza e la forza, l'origine e il fine di ogni cosa creata.
— È vero! — disse l'adolescente, reclinando la testa sul petto.