Colà stavano ad attenderlo, per fargli le prime accoglienze, i grandi della corte, il gran maggiordomo, il gran coppiere, il capo degli eunuchi, il comandante delle guardie reali, con numeroso seguito di ufficiali minori e di servi. Tranne questi ultimi, tutti indossavano il candi, lunga tunica di lana scarlatta, con frangia d'oro sui lembi, la quale risaliva sul dinanzi infino alla cintura, parimente d'oro, donde pendeva la spada, con le insegne dell'ufficio di ciascheduno. Gli appartenenti alla milizia, in cambio di mitria, portavano in capo una tiara foggiata ad elmo chiuso, che copriva loro le guancie ed il mento.

Il gran maggiordomo, facendosi incontro al re d'Armenia, così parlò, levando in alto le mani:

— Ben giungi, o discendente d'Aìco, alla reggia di Semiramide, nostra gloriosa signora, cui Belo ha concesso la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra. In quella guisa che Sanì regna nel cielo e diffonde per ogni dove i benefizi della sua luce, così ella regna in Babilonia e sparge i tesori della sua amicizia sui regnatori di popoli che la circondano. —

Il re d'Armenia chinò leggiadramente il capo, ma senza risponder parola. Gli eunuchi, fattisi innanzi a lor volta, pigliarono ossequiosamente le redini del suo cavallo, per condurlo entro il primo recinto e su per l'ascesa che metteva al piano superiore. Così salendo in compagnia degli ufficiali babilonesi, il giovine Ara potè, alla prima svolta dell'ampio viale, scorgere dietro a sè la lunga fila de' suoi, e il popolo di Babilonia accalcato sul ponte e sulle rive del fiume.

A quel grandioso spettacolo, un altro ne seguì, quando egli fu giunto all'altezza del secondo ripiano, vasto piazzale, dintornato da nobili edifizi, ov'erano gli alloggiamenti di tutti i grandi della corte. Colà stavano in bell'ordinanza schierati i guerrieri della regina, splendidi a vedersi nelle loro corazze di lino, coi loro tondi scudi imbracciati e gli elmetti di rame luccicanti al sole. Alla vista del re d'Armenia squillarono le trombe, rimbombarono i timballi percossi, e il canto guerresco degli Accad si levò fino al cielo.

La cavalcata proseguì fino al secondo ingresso, vigilato da due enormi tori dall'aspetto umano. Cessarono i canti ed i suoni ad un tratto e sul limitare comparvero i sacerdoti de' sommi Iddii protettori di Babilonia. Alle vesti d'oro si conoscevano i sacerdoti di Sam, il dio sole, a quelle d'argento i ministri di Sin, che è il dio luna. Vestiano di nero i sacerdoti di Ninip, di aranciato i sacerdoti di Merodac, scarlatto i seguaci di Nergal, bianco quei di Militta, azzurro i dedicati al culto di Nebo. Di pietre preziose apparìano tempestate le tuniche e le tiare dei venerandi; frangie d'oro ne ornavano gli orli, e ghiande di smeraldo pendevano dai lembi.

— Gli Dei ti proteggano, o re d'Armenia; — gli disse il gran sacerdote, levando le mani in atto di benedirlo.

— Insegni a te la prosperità di questa reggia come soltanto dal patrocinio degli Dei gli uomini derivino ogni loro fortuna. Soltanto mercè l'aiuto celeste i re salgono in fama per le loro virtù, camminano nelle vie della giustizia e si raffermano nella santità, che li fa degni, dopo morte, degli onori divini. —

Ara chinò gravemente il capo e rispose:

— Tu parli il vero, o santissimo. Un re a cui venga meno il soccorso celeste, vaga nelle tenebre a guisa di cieco. Gli abitatori del firmamento azzurro, comunque nomati tra le genti vostre e le mie, assistano sempre il popolo delle quattro favelle! —