Questo sacco di dottrina non fu vuotato tutto quanto sul promontorio dei Santi Nazario e Celso, che forse n’avrebbe sofferto la casa, edificata sull’orlo della rupe, col rischio di sdrucciolare nell’acqua. Fu in quella vece distribuito saviamente per tutto quel tratto di sentiero che dal promontorio discende alla piccola spiaggia tra San Nazario e San Vito. Laggiù c’invitava una frasca, insegna d’osteria; dove appunto la vicinanza del mare e lo spettacolo d’una comitiva di pescatori che traevan le reti, ci promettevano a gara la frittura di pesce, su cui avevamo fatto assegnamento.
L’osteria aveva buon aspetto. Non ricordo più come s’intitolasse; e forse non ci ho neanche badato. Ricordo in quella vece che destò la mia attenzione una scritta burlesca, condotta frettolosamente a pennellate di rosso, accanto all’uscio dell’osteria, ad altezza d’uomo, o piuttosto di ragazzo, e certamente di ragazzo impertinente quanto sgrammaticato, poichè ci si leggeva abbastanza chiaro: «cuesta e losteria del retoricha.» Non era da badare all’ortografia più che tanto; piuttosto era da pensare che andasse scritto «della rettorica». Ma sconcordanza non è delitto; e certamente, dacchè l’uomo ha l’uso dello scrivere, se ne son viste di peggio.
II.
Entrammo, accolti con atti di giubilo dall’oste della Rettorica, uomo sulla trentina, atticciato e di buon umore a quel dio. Ordinammo, s’intende, pesce fritto in abbondanza; ed anche, accogliendo una sua sapientissima aggiunta, il pollo alla cacciatora, un piatto obbligato in chiave, che doveva costar la vita a due dei soliti infelici, ignari del fato, saltellanti e beccanti nel solito cortile annesso ad ogni osteria di campagna. Così la nostra colazione aveva doppio sostegno, la pesca e la caccia. E continuammo le nostre ciance erudite, mentre l’oste ci dava in tavola i soliti principii, salame, burro, sèdani, e l’eterna scatoletta di sardelle di Nantes.
— «Nantes.... in oleo»; — ricordo che disse uno della brigata, il quale non aveva aperto bocca.
Forse per questo egli meritò un sorriso probatorio del professore tedesco? Può darsi che lo ottenesse anche in grazia della freddura. Ho notato a questo proposito che i professori tedeschi gradiscono il bisticcio assai più dei professori italiani.
Non tutti si conveniva col Rauchen nella ipotesi d’una gens Albia e d’un fundus Albius, parendo a taluni che si dovesse pensare piuttosto ad un fundus Albarius, o per conseguenza ad una gens Albaria. Ma il Rauchen, pur non avendo forti ragioni di rifiutare il fundus Albarius, non ammetteva affatto una gens Albaria, di cui non era traccia nella epigrafia latina. A voler conceder molto, si poteva ammettere, secondo lui, che nel corso dell’èra imperiale, e nel tempo che si formavano tanti nuovi nomi senza più seguire le buone norme onomastiche, qualche personaggio d’origine straniera e servile avesse assunto il nome di Albarius; ma in questo caso non si poteva parlare di gens, cioè di vera e propria famiglia romana. E fosse pure così, od altrimenti; fortuna voleva che si fosse d’accordo sul punto capitale, che la lapide Deis Manibus doveva essere stata trovata sul posto, od essere indizio della ustrina di un vicus; parendo la cosa ben dimostrata dal fatto d’un tempio cristiano eretto colà, per santificare, purificandolo, il luogo pagano, secondo l’uso costante dei primi secoli del Cristianesimo.
Eravamo d’accordo, ho detto, parlando di tutti noi della brigata. Ma non era della nostra opinione l’oste degnissimo, che ci aveva servito il pesce, e lasciava alla sua dolce metà l’incarico di ammanirci i due polli in cazzaruola.
— Se mi permettono, — incominciò egli, — vorrei dire la mia.
— In materia archeologica? — domandai io, che gli ero più vicino.