— E con che gusto, signori! Correva l’anno sessantasei della fruttifera incarnazione....
— Ohè! — interruppe uno della brigata, facendo le meraviglie. — Donde ci viene quest’apparecchio solenne? —
L’oste gli diede una guardata non scevra d’orgoglio, e sorrise.
— Signor mio, deve sapere che sono stato alle scuole, ed ho fatto il corso classico. Mi son fatto bocciare, pur troppo, e per causa della matematica, in terza liceale. Se no, creda, non avrei seguitato il mestiere di mio padre.
— E avreste avuto torto; — ripresi io. — Sareste professore di seconda o di terza ginnasiale, a mille quattrocento lire, ma con cento e più di ritenuta; un cento dieci lire al mese, da digiunarci in tre o quattro persone, secondo la prolifica virtù della sposina. Avreste fatto un bel negozio davvero!
— Lei ha ragione da vendere. Ma io volevo dimostrare al signore che se non sono rimasto un dottore, la mia buona infarinatura l’ho avuta.
— E non per andare a farvi friggere; meglio così. Per questo adunque v’hanno scritto accanto all’uscio: «Questa è l’osteria della Rettorica»?
— No, non concordi al femminile; perchè tranne l’ortografia, non c’è niente da correggere. Mi chiamano il Rettorica, forse per la mia parlantina; — disse modestamente l’oste letterato. — Osteria del Rettorica ha voluto scrivere l’anonimo burlone, ed io ho lasciato scritto quello che mi si dice ogni giorno a voce. Io non me l’ho per male. Del resto, chi l’ha per male si scinga, come dicono i puristi.
— Ho ben capito; — conchiuse quello delle maraviglie. — Siamo in casa d’un dottore.
— Ci aggiunga fallito, e avrà detto giusto; — ribattè pronto quell’altro. — Ed ora, se vogliono sapere....