Dite lo stesso della bussola. I Cinesi la conobbero e non la usarono, viva la faccia loro. Perchè allontanarsi dai porti e dalle spiagge del felice Ciung-ko? Che necessità di vedere altri lidi? Tutto il mondo è paese. Ma nessun paese vale il Tin-scian (traducete Celeste Impero) dove gli alberi dànno fiori senza foglie, dove le donne hanno gli occhi tagliati a mandorla, e dove la bevanda del tè basta a conciliare un buon scorno, senza mestieri di libri, di giornali, di discorsi parlamentari e di tornate accademiche.
Così la stampa; eccellente per imprimere sulle stoffe dei graziosi disegni bizzarramente intrecciati, che piacciono all’occhio con la loro novità e lo riposano con la regolarità delle loro ripetizioni: ma fermi li, e niente riproduzione del pensiero. Che bisogno c’è di fissare l’idea in una forma, che può di volta in volta migliorarsi? A che pro’ rendere comuni le sentenze dei dotti? Quanto più saranno esse comuni, tanto minore sarà il numero dei veri sapienti, perchè il fiotto della mediocrità affogherà tutti i più nobili ingegni.
I Cinesi, chi non lo sa? hanno scoperto anche i biglietti di visita. Ma sia soggiunto, ad onor loro, che sono stati anche i primi ad abolirli.
La cosa merita d’essere raccontata; e si può farlo facilmente ora, che il dottissimo professore Tiglat-Pileser, della università di Tubinga, ha data all’Europa la sua bella traduzione dall’«Hoa-tsien-ki», pubblicata lo scorso anno a Lipsia, coi tipi della Sterndeuter. L’«Hoa-tsien-ki» (in italiano: Storia della Carta a fiori d’oro) fu scritto in un tempo abbastanza recente, nel secolo XVII, poco dopo il rovesciamento dell’ultima dinastia dei Ming; ma sembra riferirsi ad un dettato anteriore di Pan-hoei-pan, sorella dello storico Pan-ku, vivente sotto Ho-ti, verso la fine del primo secolo dell’Era non a torto chiamata volgare.
II.
Chiunque ne sia stato l’autore, la storia risale al 213 innanzi Cristo, epoca memorabile nei fasti della letteratura cinese per la strana persecuzione dell’Imperatore Khi-hoang-ti contro i letterati del suo regno, avendone egli fatti sotterrar vivi quattrocento e sessanta. Si era creduto, fino a questi ultimi tempi, sulla fede del «San-ci-Hung-Kian» (specchio universale ad uso dei governanti), che l’Imperatore Khi-hoang-ti si fosse lasciato trascorrere a quella giustizia sommaria, per la ostinazione con cui i letterati dell’impero volevano salvar dalle fiamme i libri da lui condannati al fuoco nel maggior numero possibile, affinchè mancassero ai suoi avversarii politici le fonti a cui attingere gli argomenti per combattere le sue riforme. Ma il professore Tiglat-Pileser ha messo in chiaro che nessuna riforma essenziale era stata fatta da Khi-hoang-ti, e che lo «Specchio universale», opera di Ze-makuang, un abborracciatore del secolo XI, non meritava nessuna fede, altro non essendo che un corso frettoloso e sommario di storia, per un periodo di 1362 anni, compilato con poco soccorso di documenti autentici e senza alcun lume di critica; laddove la «Storia della carta a fiori d’oro», offre una spiegazione assai più ragionevole della giustizia sommaria di Khi-hoang-ti; e il riferirsi ch’ella fa ad un’opera di Pan-hoei-pan, quantunque ai dì nostri perduta, gli conferisce un’autorità senza pari.
Narra adunque la «Storia della carta a fiori d’oro» che l’Imperatore Khi-hoang-ti fosse innamoratissimo dell’Imperatrice Khia-fu-ssè. La bella donna (il cui nome, secondo alcuni interpetri par che significhi «Vita sul verde» e secondo altri «Maraviglia del secolo») era oppressa, ad onta di questo grande amore del suo imperial consorte, da una profonda malinconia, e niente poteva distrarnela. I bonzi, invitati a pubbliche supplicazioni per la salute della eccelsa Khia-fu-ssè, altro non facevano da un anno che ardere carta dorata, nei plenilunii e nei novilunii, all’altare della Luna, detto «Yue-tan», e a quello del Sole, detto «Ge-tan», senza pregiudizio dei grandi olocausti di buoi, maiali, pecore e capre, nel massimo tempio del «Tien-tan», o Eminenza del cielo, e nell’altro del «Ti-tan», o Eminenza della terra. Ma niente facevano i sacrifizi, o non se ne vedeva ancora un costrutto. I medici, a lor volta, chiamati a consulto, non osando parlare di cambiamenti d’aria, interdetti dal cerimoniale di corte, avevano sentenziato: per guarire l’imperatrice, bisogna tenerla allegra, bisogna divertirla ad ogni costo.
Il consiglio era savio; ma in che modo metterlo in pratica? Concerti di tam-tam, passeggiate dal palazzo della Luna a quello del Sole, pranzi solenni a cui partecipavano tutti i grandi dell’impero, si era provato ogni cosa. Finalmente un editto imperiale, apparso nella «Gazzetta di Sciunt-hyen-fu» (leggete Pekino) invitò i sudditi meglio forniti di studi e di fantasia ad escogitare qualche divertimento che valesse a dissipare la profonda malinconia della Figlia del cielo.
Piovvero le proposte; ma parve più bella, più nuova, più utile fra tutte, quella di un giovane mandarino della provincia di Scian-tung, che tutti coloro i quali avevano uso di scrittura mandassero in segno di augurio i lor nomi alla imperatrice; la quale avrebbe, a questa prova di devozione, noverati i suoi sudditi, e in pari tempo avrebbe passate le ore della giornata osservando la varietà dei caratteri.
Così, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’editto, incominciarono a giungere nel palazzo della Luna piena, dove alloggiava l’imperatrice, i quadratini di carta d’ogni genere, coi nomi dei mandarini d’ogni grado e dei cittadini d’ogni classe, pennelleggiati di nero e di rosso, con bei svolazzi d’oro all’intorno.