—I miei Genovesi sono di buon umore, stamane?—diss'egli amorevole.
—Io, sì, mio signore;—rispose Damiano.—Il mio compagno, invece, non tanto. Vedremo se le bellezze di.... come si chiamerà poi quella benedetta città, che non si vede?... Vedremo, dico, se riusciranno a scaldarmelo un poco.—
Cristoforo Colombo sorrise, e passò. Ai due concittadini aveva rivolto il discorso nel vernacolo genovese. Quella mattina, felice com'era, trovò modo di parlare con tutti i marinai della Santa Maria nella lingua di ciascheduno: in castigliano ai Castigliani, che formavano per la massima parte il suo equipaggio; in portoghese ai due Portoghesi, [pg!61] che v'erano associati, quasi per ragione di buon vicinato; in inglese e in irlandese all'unico Inglese e all'unico Irlandese, che c'erano come sperduti. Per costoro furono poche frasi, le sue, delle più comuni, di quelle che ogni marinaio intelligente può subito imparare in un porto straniero, come per prendere il verso della nuova lingua, e stabilire le sue prime relazioni, nei più urgenti bisogni della vita. Ed anche avrebbe potuto parlare islandese, se avesse avuto un Islandese a bordo; poichè, nella sua vita di marinaio, aveva anche approdato in Islanda, nell'ultima Thule degli antichi.
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[Capitolo IV.]
Le maraviglie della terra promessa.
In un venerdì, che fu il 3 agosto del 1492, Cristoforo Colombo era partito dall'isolotto di Saltes, sulla costa occidentale d'Europa, per muovere alla ricerca del Nuovo Mondo. In un venerdì, che fu il 12 ottobre del medesimo anno, doveva egli approdare alla prima terra scoperta di là dall'Atlantico, dal terribile mar tenebroso. Ed ora seguitate a dir male del venerdì, gabellandolo sempre per un giorno nefasto, se ne avete il coraggio.
Il disco del sole era già intieramente fuori delle acque, allorquando il signor almirante del mare Oceano diede il comando di gettare le áncore e di mettere in mare i palischermi. Il doppio lavoro fu compiuto alla svelta, da una marinaresca giubilante. Nella barca, come più capace, Cristoforo Colombo volle compagni i primari ufficiali della spedizione, Diego di Arana, grande alguazil, o capo di giustizia, Pietro Gutierrez, gentiluomo di camera, anzi cantiniere del re, diventato ragionier generale della squadra, Rodrigo Sanchez, ispettore d'armamento e revisore dei conti, Rodrigo d'Escovedo, regio notaio, Bernardino di Tapia, istoriografo, e Luigi de Torres, ebreo convertito ed interpetre per le lingue [pg!63] orientali, che si supponevano parlate laggiù. Seguivano i piloti, o luogotenenti di bordo, Pedro Alonzo Nino, Bartolomeo Roldan, Sancio Ruiz, Giovanni di Cosa. Il quinto, Perez Matteo Hernea, restava di guardia a bordo. Il ringhioso uomo non aveva creduto alla terra; lo puniva la sorte, non lasciandogli toccare fra i primi la terra.
Nel bargio, che era il palischermo minore, l'almirante fece discendere i tre scudieri, addetti alla sua persona: Diego Mendez, il fedelissimo, Francisco Ximenes Roldan, il futuro ingrato, e Diego di Salcedo. Con essi, tra i marinai, diede posto a Cosma e a Damiano; segno di particolare cortesia per i suoi due genovesi. E non vorrete mica imputarlo di parzialità, per aver egli pensato in quella occasione ai suoi concittadini. Erano stati due marinai esemplari per tutto il viaggio; l'obbedienza, la prontezza al lavoro, meritavano un premio. Egli, del resto, quantunque li sospettasse di condizione superiore a quella che dalla loro scelta appariva, non mostrava di distinguerli dagli altri marinai, poichè li chiamava appunto tra i rematori.
Ed egli, nella barca, ritto sulla poppa, dirigendo la voga, torreggiava su tutti i suoi ufficiali. Stringeva nel pugno l'asta dello stendardo; lo stendardo della capitana, quello che portava il gran crocifisso in campo bianco; mentre gli altri comandanti, Martino Alonzo Pinzon, della Pinta, e Vincenzo Yanez, della Nina, discesi anch'essi nei loro palischermi, impugnavano gli stendardi delle loro navi; di bianco, alla gran croce di verde, accostata dalle iniziali del re Ferdinando e della regina Isabella, sormontate dalla corona reale.