Il fatto seguì com'egli aveva annunziato. Sull'alba del giorno nove, si scorgevano le vette della Gran Canaria. Disgraziatamente, ora per troppo vento, ora per troppo poco, non era possibile l'approdo. Si stette due giorni in attesa di una propizia occasione, ma invano; e l'almirante, non volendo perder [pg!6] tempo a bordeggiare in quelle acque, si lasciò addietro la Pinta, ordinando a Martino Alonzo Pinzon di approdare quando potesse, e di cercare un'altra nave, per dare il cambio alla sua. Egli intanto andava con le altre due caravelle alla Gomera, per il medesimo intento. E giunse alla Gomera nel pomeriggio del 12 agosto udendovi con sua grande consolazione che s'aspettava di giorno in giorno una buona nave, andata per l'appunto alla Gran Canaria.
—Aspettiamo dunque con fiducia;—aveva detto l'almirante.—Se la buona nave è a quell'ancoraggio, Martino Alonzo l'ha trovata, l'ha presa, e viene con essa a raggiungermi.—
Ma lo aspettò invano. E stanco di aspettare, partì il 23 per andare incontro al compagno. Giunse il 25 alla Gran Canaria. Martino Alonzo Pinzon non v'era giunto che il giorno prima, e stentatamente; udendo da quegli abitanti che la nave c'era stata, ma che da parecchi giorni ne era partita, nè si sapeva per dove.
Bisognava rinunziare ad ogni speranza di barattare la nave, e lì per lì provvedere invece a rimettere in sesto la Pinta. Martino Alonzo Pinzon mandò a terra i mastri d'ascia per cercare il legname adatto e tagliare alla svelta un altro timone. Frattanto, poichè la sua caravella faceva acqua, i marinai si mutarono in calafati, e si diedero a fabbricare con vecchi cavi disfatti le stoppe catramate, che con scalpelli e mazzuoli dovevano poi ficcare nei comenti del fasciame, nelle ossature, nei nodi del legname, intorno ai cavicchi, e dovunque bisognasse, ricoprendo poi ogni cosa di pece.
La Nina approfittò di tutto quel tempo per cambiar velatura. Le sue vele latine si mutarono in quadre, e alle antenne, per conseguenza, furono sostituiti [pg!7] i pennoni. Per tal guisa, di caravella che era, e somigliante ad uno sciabecco, si trasformò in una specie di brigantino a palo. Quanto alla velatura, s'intende; non già quanto alla alberatura. Le caravelle portavano bensì tre alberi, il trinchetto, l'albero di maestra e l'albero di mezzana, ma quest'ultimo era assai più avanzato sulla poppa e più corto che non sia nei brigantini a palo d'oggidì; d'onde la conseguenza che non fosse molto larga la vela, artimone o mezzana che vi piaccia chiamarla, nella sua forma triangolare e latina, oppure randa di poppa, nella sua forma quadra.
Quando la Nina spiegò al vento la sua velatura nuova, dovette affrontare i giudizi delle altre navi, che l'aspettavano per muovere di conserva con lei. Il marinaio è criticatore per eccellenza; figuratevi se poteva essere risparmiata la Nina, il giorno che si presentò in riga così trasformata. La critica alle sue vele fu come un sorriso, il primo, in mezzo a tanti giorni di nera malinconia.
—Sarà bella,—diceva uno,—ma mi pare un po' goffa.
—Già,—soggiungeva un altro,—come un contadino di Biscaglia, quando mette un abito nuovo.
—E guardate,—entrava a dire un terzo,—tra i pennoni e gli alberi, che stonatura di tinte!
—Si capisce; i pennoni son nuovi, e gli alberi son vecchi.