E si mosse la signora Carolina e la signora Geltrude e la contessa Buttasenno e la marchesa Palmividi e la principessa Assaiassai! Tutte si mossero le squinternate signore, per Giacometta che aveva gli occhi celesti; e vestiron di gala e tentaron gli ispidi zii i quali rispondevano sempre con lo stesso muso e nello stesso tono:
— Lo racconta a noi? E che ci entriamo noi?... Ne parli a Giacometta. E' lei che deve sposare.
Ma Giacometta, fin dalle prime parole, rideva.
E la città dai tre campanili si accigliò, fece il viso dell'arme.
— Ah, quella Giacometta, che testa romantica!... Che brutta educazione!... Ma che vuole? Ma che cosa aspetta? Il principe delle Asturie? Già, infelice l'uomo che la prenderà in moglie, con quel temperamento!... È una cavallina da brutte sorprese!... O certo che il marito, le corna le avrà dopo un mese, a farla lunga!...
E fosti diffamata per la bocca stessa di quelle befane che volevano impalmarti coi loro mocciosi.
Ma tu rimanesti la bella dal giardino incantato nel quale i tuoi ispidi zii solevano tendere il roccolo per uccellare nel grande silenzio; e, appunto per virtù del roccolo, ti destavi al «Francesco mio» dei fringuelli, e accendevi il lume con l'ultimo canto dei malinconici pettirossi i quali escono dalle siepi sulle rame più in cima, a cantare alla luce che muore.
E il sole era sempre con te.
II
Guardati dai salti improvvisi, anche se dovesse chiamarti Elena argiva.