Spadarella guardava sempre diritto.

E bella, era, come la luna nuova fra i giovani peschi e come una fontanella nell'agosto bruciato. Pareva muovesse la frescura come il mattino. Pari a una nuvola sola, bianchissima. Attraversa il cielo sopra la terra che guarda.

Sottile e forte. Tipo certo di Romagna. La sua castità era ridente. Vergine consapevole senza stolte finzioni.

Spadarella, il gladïolo dei grani. Gladïolus vulgaris dice la scienza; ma i nostri uomini dei campi presero il nome dalla sua forma: spadarell.

Così ella si chiamò come il piccolo gladïolo e un po' selvatica era con coloro che non le andavano a genio.

Un grande amore per lo zio Giovanni e fasci di speranze proiettati nell'avvenire. Gioia piena e costumanze semplici. Come le piante del suo giardino. Non poteva amare perchè non s'era ferma a un porto. C'era, negli occhi suoi, la lusinga delle belle creature. E se cantava, il fondo passionale della sua razza metteva nella bella voce un fascino caldo e avvincente, una malia di indefinibili sogni e di amore. Questo, in Romagna, si apprezza più che un tesoro, più che danaro contante.

La gente rude e battagliera, la gente pratica ama e si esalta nel canto, nel canto coglie il suo sogno e il suo amore, vuole questo ed apre i forzieri e gli entusiasmi travolgenti per una bianca gola di rosignolo. Morire non importa: cantare bisogna! E anche dal fondo malinconico della razza nasce tale passione come un ponte verso un oblio. Al di là di tutto!

Spadarella sapeva la sua virtù grande; non per niente vedeva anche i due vecchi levarsi dal lavoro per ascoltare tutti curvi finch'ella cantasse. E la loro fronte era più serena.

Ripassarono nel giardino, presso le vecchie serre, sotto il nido delle rondini.

Spadarella era carica di doni e a Mostardo pareva di non averle dato niente.