Ritornò nel cortile. Ma che cosa faceva Rigaglia? Dov'era il brutto testone? Ci si poteva dimenticare di Carlotta in quel modo?... E si propose di dargli una lezione non appena lo avesse veduto.
Ricominciò la passeggiata da muro a muro. Fra poco sarebbero giunti il Trancia ed i sette sozii. Tutto era pronto: vestiti, schioppi, biciclette. A quell'ora aveva anticipato cinquemile lire che il Partito doveva rimborsargli.
Ma per il danaro poco gli importava; era sicuro del fatto suo; era l'incerto domani che lo rendeva pensoso. Perchè bastava che i rossi fossero riusciti ad impiantarsi con una trebbiatrice rossa in un'aia dei gialli e la vittoria era perduta. Ed egli sapeva che i rossi avevano organizzato un vero esercito pronto a qualsiasi battaglia.
— Ma non importa! Dì che vengano avanti!
Trinciò l'aria con un gran gesto e pronunziò ben forte queste ultime parole. Così si dava coraggio. Poi voleva uscire da quello stato di dubbiosità infelice.
— Io non sono disposto a farmi montare sui piedi! Porco Dacco!... As guardarên in tla faza!... (Ci guarderemo in faccia!)
In quel momento entrava Rigaglia.
Rigaglia aprì la porta del cortile e si fermò inebetito a sentire che il Cavaliere parlava ad alta voce. Lo guardò un poco e scoppiò a ridere.
— Ch' sit da ridar, brott insansè? (Perchè ridi brutto imbecille?)