Bondì, Mariù!

Dove sei stata questa mattinella?...

Era una vecchia cantata; una fra quelle cantate che aveva udito e imparato quando errava, ancora bambino, scalzo e scamiciato per le strade della sua città.

Poi gli erano uscite di mente con gli anni, gli avvenimenti, le sofferenze; col logorio della vita. Avevano esulato tacite e raccolte come le cose che si portano via a mano a mano un poco del nostro core; un poco della nostra vita.

Si erano rifugiate nel paese delle nebbie lontanissime dove si raccoglie l'ultimo fior dell'anima per morire; e per sempre!

Ora gli ritornavano innanzi le parole e la musica, e gli riconducevano un dimenticato sorriso di giovinezza.

Nel tempo della sua giovinezza andavano in giro quelle canzoni un poco monotone e soavi. Le cantavano le donne, sfaccendando: da una stanza buia, da una terrazza sopra le vecchie case color della ruggine. E portavano il ritmo di un sogno e un poco di sole a tutte le sperdute nel giro dei grigi e soli.

Le portavano i cantanti girovaghi, nei giorni di mercato, per le piazze; poi prendevano il volo per tutta una terra; diventavano patrimonio comune; eran di tutti come le cose che si apprezzano solamente quando sono lontane.

Mostardo sorrideva, disteso in una beatitudine di paradiso. E l'usignuola del suo giardino continuava a cantare.

Poco alla volta, piano piano, passando da aiuola ad aiuola, Girolamo e Stefano si erano avvicinati; ed ora, le nere ed ossute mani puntate sulla vanga, la faccia inchina, immobili, stavano ad ascoltare, dimentichi di ogni altra opera, i poveri vecchi, presso il più bel fiore del loro giardino. Perchè era tanta la soavità di quel canto che le cose stesse vi si immergevano, trasfigurate.