Si infilaron l'un dietro l'altro, su per le scale; e Mostardo tratteneva il respiro.
Ora, nel suo letticciuolo candido, il gobbo Pulizia stava per accomiatarsi da questa vita.
Lo assistevano: la Repubblica, la bandiera rossa, Garibaldi e Mazzini che lo guardavan dalle pareti, fuor da due grandi oleografie. Poi il moro Fabrizi, che era l'amico Cesare dell'amico Ciliegia. E nessun altro.
Il Cavalier Mostardo era capitato là per caso, senza saper niente di quel supremo esilio.
E, non appena entrato, constatò che ciò che aveva detto il moro Fabrizi era vero. Il gobbo Pulizia moriva bene. Se ne andava senza troppo disturbare il prossimo e senza far ribrezzo.
Infatti la sua faccia era cianotica; ma non tanto da non potersi guardare; ed il suo respiro si era bensì convertito in un rantolo, ma non tale da rendersi insopportabile.
Insomma rantolava con discrezione, come per non farsi sentir troppo da chi doveva vegliarlo. Se ne andava discretamente. Combatteva in sordina con la sua morte, senza opporle una troppo vivace resistenza. Pareva le dicesse:
— Ma sì che vengo!... Aspetta ancora un poco; tanto che mi resti tempo di sciogliere l'ultimo nodo!
Il Cavalier Mostardo sedette presso la finestra. Il moro Fabrizi al capezzale del moribondo.