— Ve ne andate tanto presto?
— Sì.
— Venite a trovarmi qualche volta. Buonasera, padron Giovanni.
Uscì come un sonnambulo; prese la prima strada che gli si parò innanzi, a testa bassa, rasentando i muri. Non aveva mai sofferto così; non era stato mai tanto disperato.
L'amava; e che poteva farci?... L'amava! Era una povera creatura al guinzaglio; si sentiva debole, impossente, rifinito, si sarebbe gettato sullo scalino di una porta per raccoglier la testa fra le mani e restarsene là con tutta la sua tristezza.
Piangere un poco e in silenzio; questo gli avrebbe fatto bene. Lasciarsi andare alla sua desolazione. Tutto era finito; ma tutto e per sempre!...
E non vedeva i passanti; e la sera veniva innanzi. Così camminando senza mèta, venne a trovarsi nel quartiere di quei caratteristici orti romagnoli in cui si adunano le Compagnie, le quali altro non sono se non una raccolta di buontemponi che si danno convegno in uno fra gli orti medesimi, per trincare del buon sangiovese o della dolce albana; per giuocare a bocce; per discutere dei fatti del giorno; per combinare qualche tremenda burla o beffa di quelle che ne usano ancora in Romagna fra gli scapolacci cani o fra la gente di buona digestione.
— La compagnia del bigarone.
Ora, passando, Mostardo si sentì chiamare da un usciolo dischiuso che si apriva sul muretto di un orto.