— L'avete veduto?... Mi avete veduto?... Ma dove?... Ma con chi?
— Mostardo è inutile parlarne.
— No... Mignon...
— È inutile. Ve ne prego!...
— Ma io...
— Qualsiasi cosa poteste dire non mi convincerebbe.
Il povero Mostardo era, di fronte all'arte femminile della simulazione, come un fanciullo ignudo. Non aveva difesa possibile perchè l'ingenuità sua non aveva confine. Poteva non credere a quel che diceva Mignon?... Poteva supporre ch'ella creasse tutta una storiella di infedeltà? Così, com'era, chiaro, espansivo, diritto e illuminato da una parte sola non poteva prendere le parole che per ciò che valevano nell'uso corrente e non poteva supporre che la menzogna gli si opponesse là dove egli portava lo spasimo di tutta quanta la sua vita e la verità del suo essere.
Così al simulato sdegno e all'ironica gelosia di Ninon Fauvétte, fior di Parigi, egli non seppe dapprima quale cosa opporre, tanto si trovò sbalestrato lontano da ogni presupposta accoglienza da parte di lei; e, per non aver la parola pronta, ristette, per qualche istante, sbalordito, in atto di estrema meraviglia: la bocca aperta e le ciglia inarcate.
Ninon Fauvétte che si trovava la vittoria fra mano molto prima di quel che non avesse pensato, ne volle approfittare fino alla fine, sì per togliersi da un punto penoso, come per disarmare il buon gigante; così raccolta la voce alla tonalità più amara; e fredda e impassibile nell'aspetto, riprese:
— Non avrei mai creduto che aveste potuto dimenticarmi tanto presto!