— Non posso. Mi fa vergogna.
Erano arrivati presso la porta di casa. Si vedevano le finestre illuminate. Ristettero. Non avrebbero voluto interrompere la loro solitaria intimità e che nessuno si fosse interposto. Forse lo zio Giovanni aveva ancora tante cose da dire; forse Spadarella avrebbe amato restare nel buio del giardino e seguire la sua indefinita malinconia. Non era il turbamento della promessa ma alcunchè di più remoto, un'ombra sul sogno de' suoi anni radiosi. Che poteva accaderle? Era tanto felice! Ebbene, forse niente sarebbe intervenuto a turbare il ritmo della sua felicità, ma la malinconia si vela di una sola parola per tenere il cuore dei giovani. Quella era una notte del mondo contristata, per lei, e più non avrebbe voluto parlare nè ascoltare la voce e le parole semplici e ignare di Spina Rosa. Avrebbe voluto arrivare alla sua stanza e chiudersi dentro senza che nessuno potesse vederla e senza scambiar parola con nessuno. Sentiva che avrebbe pianto volentieri. E forse c'era la crudezza di una parola, in fondo al cuore di lei, e anche l'ombra di una volontà prepotente ch'ella assecondava ma che turbava un incantesimo. E la felicità è delicata: e di nulla si turba. È come lo specchio di uno stagno fra i boschi; fondo e mutevole. Qualcosa aveva turbato il volto della sua serena e tranquilla felicità, ma di questo non poteva nè voleva convenire seco stessa.
E più si accorava del dolore dello zio Giovanni.
Tacevano fermi così, l'uno vicino all'altra, senza guardarsi. Poi il Cavalier Mostardo si riscosse:
— Spadarella... io non so se tu abbia capito... ma, se hai capito, mi raccomando a te...
— Zio! E puoi credere solamente che io parli?
— No, se ti ho mostrato, il cuore.
— Me ne credi indegna?
— Spadi!
— Allora abbiam chiuso le nostre parole nello stesso silenzio.