Ora le gente adunata nella casa di lui non rideva più. C'era la morte. I romagnoli, quando sono di buono stampo, non hanno paura della morte ma la rispettano. Non che ne avvertano il pauroso mistero, anzi, per loro, tale mistero non esiste; cose astratte non sono per il loro palato; il loro convincimento è che, con la morte, tutto sia, e giustamente, finito; ora quando se la trovano fra i piedi, questa morte ubbriaca, si tolgono il cappello e non parlano più perchè, non foss'altro, avvertono che con lei non si può combattere e che è inutile farsi illusioni.
Nella casa di Coriolano c'era adunque un grande silenzio. Si udiva appena un fruscio di passi guardinghi e qualche frase sommessa.
Erano là, dall'Onorevole a Bucalosso, tutti i maggiori rappresentanti del cuore repubblicano. C'era Tempestoni, c'era il Trancia, l'avvocato Suasia, l'ingegner Fiat, il Sindaco, gli assessori, i pompieri, gli spazzini.
Coriolano era un'istituzione; con lui scompariva un po' di vermiglio dalla bandiera repubblicana. Un po' della vecchia idealità umanitaria, del vecchio entusiasmo romantico, della sacra generosità strepitosa che negava il Re e il Clero per educare il popolo a un'Idea di universa giustizia e di liberi reggimenti politici, se ne andava verso il buio del passato con l'anima di Coriolano.
Questo avvertivano gli intervenuti. La prima concezione repubblicana finiva con gli uomini suoi più rappresentativi. Venivano innanzi i tempi di Rigaglia. La dittatura di Rigaglia era prossima.
Bucalosso si era fermo alla porta a ricevere le visite.
E le stanze si empivano di popolo.
Mostardo arrivò solo e di gran corsa.
Salì gli scalini a quattro a quattro; i compagni gli fecero largo senza dire parola; eccolo al letto del morente.