Ed è tanto bella che, per sua dolcezza, mare e cielo si congiungono smorendo nel color d’amore.
Non sorride, ha l’ansioso languore degli estremi abbandoni; è penetrata tutta quanta di paurosa letizia come la vergine che più non si oppone e piega temendo e sospirando forte sotto la carezza dell’amato; e così si invermiglia e negli occhi vaghi, larghi e fissi, traluce l’anima turbata nel desiderio del dolce dolore e nel timore della violazione.
E la corolla cede; ecco, il miracolo avviene. Il cielo l’ha perduta e la segue con un accenno di stelle, mentre il mare tutta la possiede e ne gode e se ne feconda nel suo ardore, che non muta segno.
È la sera, la languida sera per i begli occhi innamorati; fioriscono dal vuoto i misteri adamantini della tenebra, le luci che chiamiamo stelle e che immaginiamo come un diadema sopra la fronte di un gioioso Iddio.
Le stelle, il brivido della tenebra.
Tu le fissi e se l’anima tua si disfrena e schianta ciò che la vincola, e più non riconosce nè parola, nè senso, nè limitazione, e per le bianche vie delle meteore si scaglia fuori dal tepido e lucente circolo dell’atmosfera negli abissi tenebrosi dell’immensità; se l’anima tua inutilmente ardita vuol raggiungerle, ecco non sa che il terrore, chè il piccolo cuore la chiama dalla sua zolla, la chiama prigione entro le vene per la sua vita rossa.
Vita rossa, mistero pari al mistero delle costellazioni!
Oh! affaticarci proni su l’infinito inconoscibile e tessere nostre ghirlande e vederle sfiorire; e elevare bianche torri fra le nuvole e vederle rovinare! Oh nostra pena diuturna, nostra angoscia terribilmente vana, nostro ansimare e ascoltare e scrutare!
Altri compone sue città portentose e ad un ghigno dileguano; altri sorridendo tesse mirabili fedi e ad una parola si oscurano.
E l’ansia del cammino ne sospinge.