Fra le sterpaglie e i fichi d’India è apparso ad un tratto un villaggetto arabo, una macchia bianca. Ad Hamman-el-lif la pianura si è estesa ancor più; un solo palmizio lontano ne interrompeva la monotonia.
Altri paesi sono trascorsi, altri tempii, altre case. Una via interminabilmente diritta va da un punto all’altro del cielo fra una distesa di margherite rosse e di cardi azzurri.
I miei compagni di viaggio cambiano ad ogni stazione; si rinnovano come l’acqua in una vasca, ma ciò non significa che l’ambiente sia puro.
Ebrei nella loro dgebba ricamata; arabi con la cecìa e col turbante; donne sdegnose e donne compiacenti! C’è chi dorme, c’è chi fuma, c’è chi pensa con la testa inchina. Un grande odore di muschio aleggia intorno con le mosche e la polvere. Ad ogni sussulto nel treno, un uomo che sonnecchia si desta di soprassalto e spalanca gli occhi spaventati guardandosi intorno, poi riprende a sonnecchiare. Si giunge, si riparte, si ruzzola, ci si intontisce, ci si guarda, si sbadiglia.
Il Cantastorie.