Era notte quando se ne andò dal mondo, tantochè le ammantate, che rimasero a pregare presso la salma di lui, videro in realtà un grande chiarore nella notte e gli angeli che portavano in cielo l’anima di San Mezzalana.
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Ora, quando il vecchio non fu più nel suo stambugio, i figli suoi gettarono all’aria tutto e cercarono e frugarono senza trovar neppure un centesimo. E la voce corse per il contado:
— È morto e non ha lasciato niente!... È una famiglia alla miseria!...
Qualcuno susurrò ch’egli avesse dotato del suo un convento delle montagne.
Comunque fosse, anche Pignòla morì e i figliuoli vendettero la casa e si dispersero per il mondo. Dieci anni dopo, quando al fatto non si pensava più, volendo il nuovo proprietario della casa ampliarla, cominciò con l’abbatterne una parte e un giorno, in cui i muratori erano intenti a far discendere una trave dalle mura disfatte, avvenne un prodigio: questa trave si aperse e lasciò cadere un rivolo; una pioggia di monete d’oro e d’argento.
Furono conte: erano diecimila lire, quelle stesse che il vecchio avaro aveva nascoste lassù prima di andarsene a raccogliere l’erba piastrella e che avevano illuminata la morte di lui.
Ma il fatto non fu risaputo che da pochi; e ancóra si parlò per le veglie della santa morte di San Mezzalana, mentre i figli di lui andavano poveri e raminghi per le vie della terra.
L’EREDITÀ.
Il grande niveo armento riprendeva le vie della campagna, chè già era prossimo il mezzodì e fin dall’alba soave si era accolto nel campo alberato giungendo e dalle foci remote e dai colli inghirlandati di mandorli.