— No; chè se vi ubriacate non si lavora.
— Anzi!... Si lavorerà più sodo!...
— Berrete domani, chè faremo allegra festa.
— Bene. Vi salutiamo.
— Addio.
Padron Serafino frustò la ronzina e i norcini svoltarono per la viottola dei maceri.
Il livido decembre si assonnava infreddolito, accorciando sempre più le giornate. Si era alla vigilia di San Tomè che prende il porco per lo pè. L’adagio rispecchiava l’usanza dei bisavoli, dei trisavoli; l’antichissima consuetudine di sacrificare, nel giorno di San Tommaso, gli enormi porci satolli di farina gialla e di ghiande. Epperò, nelle case che fiancheggiavano la strada, si vedevan, dalle basse finestre senza imposte, divampanti fiammate e grandi paiuoli sul fuoco e genti in moto a varie opere. Inoltre, nel crepuscolo bigio, passava a quando a quando l’infernale urlìo delle immonde bestie mangerecce le quali, tolte dai catri o dagli stabbioli, e trascinate per le orecchie e per la coda verso il luogo del sacrifizio, impaurite dal fatto inusitato, non potendo altro opporre, tanto strillavano da tòrre di senno l’armato norcino che le attendeva al varco.
Su la bassa pianura corsa dalle fiumane, intenebrata dalla nebbia, dispoglia da ogni vita vegetale, erano quelli gli unici suoni che trascorressero, chè già le pievi disperse avevano suonato l’ave e le strade, aspre di ghiaie, erano deserte. Era la stagione in cui gli uomini più vantano i pregi della mensa e ingioiscono e s’ingollano e si satollano gridando, fra la tavola e il fuoco, negli interminabili conviti; la stagione sacra agli stomachi temprati alle eroiche fami e ai pasti monumentali. Epperò l’ecatombe dei grufolanti quadrupedi si annunziava per un acutissimo stridere ripetuto di casa in casa, fin sotto l’estremo arco della sera, fin dove la zona delle nebbie più si ispessiva fra l’ignuda terra e il cinereo cielo.
Padron Serafino guardava e si encomiava per aver resistito agli aspri rabuffi e alle geremiadi della moglie sua pallida e scarna come il peccato mortale; si encomiava, chè non avrebbe capito mai in quale utile fosse per tornargli una male intesa economia quando non aveva figliuoli a cui pensare, e, se avesse voluto godersi tutto il suo, innanzi di morire, questo era ben fatto! Ma la Bita, che era il ritratto stesso del digiuno e di ogni macerazione, più scendeva negli anni e più si incaniva nella febbre del suo risparmio, quasi che la vita le fosse diventata un malanno e tutto stesse per rovinare nella vecchia fattoria dei Conti. A darle retta si sarebbe mangiato sul pugno, una volta al giorno, pane e formaggio e nulla più; nè i vecchi vini, che hanno nel cuor loro vermiglio la giocondìa del sole, più sarebbero apparsi su la tavola; nè i tradizionali fasti della mensa avrebber dovuto continuarsi. E perchè questo? Perchè tale quaresima se ormai poco più tempo restava al loro godere, chè gli anni eran molti? Portare i suoi allievi al mercato per trarne buon guadagno?... Bene! E poi? Chi l’avrebbe compensato del sacrificio? Forse la Bita co’ suoi vezzi?
E padron Serafino rideva fra sè e frustava la sbilenca ronzina. Ancora vide, nel bigio crepuscolo, le case degli Anselmi, dei Montanari, dei Migi illuminate di fiamma; e udì frastuono di opere e di risa, mentre l’urlìo delle allombate vittime saliva, si spegneva, riscoppiava acutissimo fin oltre i visibili confini della sera decembrina.