Così stavano le cose quando nacque bellamente al mondo la guerra libica. L’entusiasmo delle due masnade fu grande. Per qualche tempo Vituperio e Scampoli pensarono di riunire i loro gianizzeri e di andarsene per davvero in Libia, ma quando la cosa apparve impossibile, perchè dove ne parlarono non si ebbero che risa e rabuffi, dimettendo il pensiero della lega, ricominciarono a guardarsi in cagnesco. E furono nemici più di prima. Questo era naturale perchè tutti e due, sognando giorno e notte i turchi e non potendoli aver sottomano, furono predisposti a vedere, nella parte avversa, un’orda turchesca. Non vi fu intesa fra di loro; la cosa maturò di per se stessa; bisognava combattere.
Furon quelli i giorni in cui le botteghe furon maggiormente disertate, in cui i garzoni dei ciabattini, dei falegnami e dei fabbri furon licenziati con maggior frequenza, in cui le catapecchie risuonarono di violenti rabuffi; ma che importava? Bisognava combattere. E i marmocchi combattevano. Come fare altrimenti se tutti i giorni avevano sotto gli occhi lo spettacolo dei grandi che partivano per andare alla guerra? Se i turchi erano in Libia potevano essere anche dietro le mura della loro città ed ogni Sobborghino fu turco per i Borghigiani e viceversa. Fu bandita la crociata. Nessuno più mantenne la foga della marmocchieria battagliera, nè i padri nè le madri, nè la coalizione degli adulti. Furono schiaffi e pugni, una robusta meraviglia. Vituperio e Scampoli affinarono la loro arte guerresca, ne toccarono e ne dettero finchè un bel giorno, dopo mesi e mesi di lotta, risuonò la novella della pace.
La pace? Vituperio e Scampoli adunarono i loro marmocchi e tennero consiglio. Era la prima volta, nei secoli dei secoli, che fra Borghigiani e Sobborghini si parlava di una simile cosa. Eppure se la pace l’avevano fatta gli altri, i grandi, doveva ben essere una cosa seria. Furono sospese le ostilità, e una bella domenica Vituperio e Scampoli, ciascuno a capo della propria turba, si diressero per strade diverse ad uno stesso luogo.
Il luogo prescelto era la piazza d’Armi.
Scalzi, con gli enormi berretti appartenuti già a tutta una generazione di adulti innanzi di scendere sulle loro orecchie, con certi giubboni sbrindellati che si affloscivano giù giù per le stremenzite persone, fino alla caviglia; senza camicia, senz’altro se non il loro buon umore, si adunarono e partirono. Baiocco, Fringuello, Martufo, Piedipiatti, Boccatorta, Frosone, Virgola, Cartoccio, ciascuno col proprio nomignolo, come con un singolare adornamento, se ne andò a testa alta. C’era il signor Sole. Essi adoravano il signor Sole, come la signora Luna e come ogni cosa che fosse lucente. Erano come la gazza e la cornacchia. Qualche donna si fece su la porta.
— Dove andate, canaglie, rompicolli, avanzi di galera?
I marmocchi non risposero e non fecero sberleffi. Un altro giorno forse avrebbero scaricato sulla linguacciuta comare tutto il vocabolario dei loro improperi, ma quel giorno no. Andavano a far la pace e c’era il signor Sole. Essi lo chiamavano così perchè la parola signore significava per loro una cosa grande e lontana. Ciò che avrebbero fatto e detto non lo sapevano, ma Virgola cantava e Piedipiatti gonfiava le gote ad imitar la banda.
Scampoli aveva le mani in tasca, ciò voleva dire che pensava. Quando Scampoli pensava doveva essere in vista qualcosa di grosso.
Boccatorta chiese a Frosone:
— E dopo?