Il figlio era del padre come cosa e non come creatura e questi poteva disporne a suo piacimento. La salda compagine della famiglia richiedeva tale disciplina. E Samuele si era aggiogato come tutti coloro che erano stati innanzi a lui nel tempo e avevano creato il prestigio di un’arte e di una tradizione; aveva accettato il loro còmpito come il cieco legno che si costringe tra le ferramenta e va ad obbedienza finchè non sia ultimamente consunto. Ma la morte era lontana tuttavia per il giovane gagliardo e la vita non poteva continuare sì cupamente monotona fino al punto in cui uno si appacia col suo destino e si dispone all’ultima ventura.

Aveva egli un cuore tumultuoso, una forza non per anco provata, un desiderio solare che a quando a quando si ridestava per accenderlo di una radiosità senza confine. Se una sola era la via battuta, s’egli non andava che dalla casa deserta all’antro fumoso e da questo alla casa quando il sonno incombeva; se era chiuso fatalmente, come l’astro, nel suo circolo eterno e doveva seguire l’ombra del padre e coprire le stesse orme a capo inchino e non fiatare e non domandare e non essere mai; se, come gli arnesi della fucina, non doveva servire che ad un ufficio, l’anima sua, nel suo alto silenzio, vedeva, s’irraggiava per mille aspetti giovanilmente in una sua trepida adorazione portentosa.

Era il mondo, a quell’anima chiusa, come un canto sconfinato e magnifico, come un ignoto adorabile, come una gioia senza fine e senza principio, e una purità senza travaglio. Dalla sua costrizione, dal suo isolamento sorgeva l’ignaro con raddoppiata energia a illuminare della sua sconfinata passione le cose indifferenti.

Maestro Alessandro nulla pensava di questo. La giovinezza sua era stata impassibile. Egli non aveva conosciuto se non una ragione fisiologica alla quale era bastata una donna qualsiasi, quella che gli avevano data in moglie e ch’egli aveva accettata come si accetta un pastrano quando fa freddo; nè poteva supporre che altro fosse il desiderio del figliuolo.

Avere una donna in casa era necessario; non potevano continuare la loro vita sbandata e Samuele doveva sposare. Ora maestro Alessandro sapeva già di una donna ricca e perfetta massaia, che avrebbe fatto della casa un paradiso; anche avrebbe dato figli sani e robusti perchè non era giovine ed era ben squadrata chè fra anche e spalle raggiungeva l’ampiezza di un bue, e gli piaceva benchè non l’avesse mai guardata in viso; ma che importava il viso? Una donna si sposa per quello che vale e non per la sua bellezza e la bellezza è vana e crea fastidi e può portare a mal fine un marito.

Se era brutta, come aveva sentito dire, tanto meglio; la sua povera moglie era quasi gobba, eppure gli aveva partorito un fior di figlio, chè Samuele era saldo come l’incudine. E più di questo non si poteva desiderare.

Ora una sera, chiusa che fu l’officina e partiti i garzoni, maestro Alessandro, contro il costume suo, chiamò Samuele e gli si pose a fianco. Il loro parlare fu breve:

— Samuele, tu devi prender moglie!

Il giovine levò gli occhi sul volto del padre e non rispose.

— A venticinque anni è il tempo giusto. Le cose si fanno alla spiccia. La Venusta degli Antoni è già pronta. Io le ho parlato.