Si avviano verso il punto più remoto dell’estrema Tule. Fra il muro di cinta del giardino ed il pollaio è un angoluccio silenzioso, dove crescono le ortiche e si accumulano dei rottami; una macchia di lauri lo protegge dagli sguardi indiscreti. Toti vi conduce i compagni.
— Qui siamo sicuri, puoi parlare. —
Anatroccolo si aggiusta alla cintola i calzoni, ed entra in argomento con una frase inattesa:
— Il giorno io vendo le ciliege, — si sofferma a guardarsi intorno — io vendo le ciliege che mi dà la zia Gertrude e giro per tutta la città e per i dintorni. A volte gli affari vanno bene, e torno con la carriola vota; a volte vendo poco, e la zia Gertrude non mi dà da cena. L’altro giorno avevo un bel carico di ciliege moscadelle e andavo per la via gridando: «Piangete, bambini, c’è le ciliege!» quando incontro Zulù che mi dice: «Dammene un soldo.» Gli misuro il suo peso giusto, glielo verso nel fazzoletto e faccio per andarmene. Allora Zulù mi prende per un braccio e dice: «Passa da Suor Lucia e porta le ciliege ad Allodola, eccoti un altro soldo.»
— Falla corta! — esclama Carciofo che vorrebbe correggere l’inutile verbosità dell’amico.
— Lascialo parlare, — soggiunge Toti che si appassiona al racconto, del quale non può supporre la fine.
— Allora mi fermai e discorremmo insieme, — riprende Anatroccolo.
— Del resto Zulù non sa nulla, lo ha detto con me, — riprende Carciofo.
— E con me ha parlato — risponde Anatroccolo.
— Saranno bugie.