— Sì, le ho parlato. Una volta zia Geltrude mi aveva lasciato due giorni senza mangiare; alla fine del secondo giorno ero seduto su la porta di casa ed aspettavo che la zia venisse ad aprirmi come faceva sempre per darmi un pezzo di pane e perdonarmi. L’uscio si aprì, ed io stavo per rivolgermi, quando sentii un urlo e ricevetti una spinta che mi mandò ruzzoloni in mezzo alla strada: — Va’ a guadagnarti il pane, vagabondo! — I miei dodici soldi che avevo guadagnato se li era già presi. Quando mi levai, zia Geltrude aveva richiusa la porta. Non mi provai a bussare perchè correvo rischio di buscarmi un’altra dose di scapaccioni. Così tutto indolito com’ero, presi la strada e me ne andai per la campagna. Era notte, ed era buio pesto.
— Ma non avevi paura?
— No. Avevo fame. Non so quanta strada avessi percorso, quando mi sentii chiamar per nome, e mi fermai. Era Zulù. Mi chiese dove andavo; gli dissi che non lo sapevo, e gli domandai un po’ di pane. Allora mi prese per mano e girammo, girammo fra le tenebre da un campo all’altro, da una siepe all’altra. Traversammo un fiume; traversammo un bosco, poi salimmo per un’erta piena di spini. Io sentivo nelle orecchie un ronzìo continuo e sentivo che la mia forza era più poca ancora; ma non dissi nulla, non domandai nulla. Ad un tratto Zulù si fermò. — Siamo arrivati, — disse. Alzai gli occhi e vidi una grande quercia e una piccola capanna; ma le vidi appena, perchè la notte era buia buia e non c’era una stella. Zulù si accostò alla porta dalla quale filtrava un poco di luce, e con le nòcche delle dita bussò tre volte ma così leggermente, ch’io intesi appena. Nessuno rispose. Io pensai: dormiranno! E sentivo il battere del mio cuore. Dopo aver aspettato qualche tempo, Zulù bussò ancora e più forte, poi un’altra volta, sempre più forte. Allora udimmo un passo che si avvicinava all’uscio, e udimmo una voce domandare: — Chi è? — Amici! — rispose Zulù — Chi? — riprese la voce. — Sono io: Zulù. — Che vuoi a quest’ora? — Debbo domandarvi un piacere. — Quale? — Aprite e lo saprete. — Si udì brontolare, poi udimmo un lungo cigolìo di catenacci e l’uscio si aperse. Mamma mia che brutta vecchia! Aveste veduto com’era brutta! Avrebbe fatto paura anche al diavolo! Lasciò l’uscio aperto appena da potervi passare un braccio, sporse un po’ la lampada e ci guardò per il pertugio. — Chi è quello là? — chiese. — È un amico mio, — rispose Zulù. — Ebbene, che volete? — Perchè non ci aprite? — Dimmi che cosa vuoi. Io non ci ho posto, qua dentro, per voi due. — E chi ci avete, di grazia? — Ci ho il diavolo, vuoi saperlo? — Senza volere detti un salto indietro; ma Zulù rise, ed il suo riso mi rincorò. — Nonna Simona, — riprese — voi siete tanto buona, nonna Simona mia, che dovreste farci una carità. — Quale? — chiese la vecchia. — Abbiamo fame. — Ebbene? — Non avreste proprio niente da offrirci? volete che passiamo la notte così, senza poter dormire? — Ma se ritorni sempre?! Credi ch’io abbia tanto da poter sfamare tutti i poveri della terra? — Zulù non rispose, perchè nonna Simona si era allontanata. Quando tornò sporse la mano e ci dette del pane e del formaggio, poi richiuse la porta e ci rimandò per la campagna.
— E dove bevesti? — chiede Toti.
— A una fonte.
— E per dormire, dove andasti?
— Ci distendemmo nel fondo di un fosso. Era d’estate e le erbe erano alte. Si stava meglio che su un letto di piume.
— Tu dici dunque che nonna Simona non vorrà riceverci?
— Io non ho detto questo. Voi siete ricco, e per voi è un altro conto.
— E credi che ci insegnerà la strada?