Fra le raccomandazioni di mio zio c'era anche quella di non fermarmi a Colico per evitare il pericolo delle febbri palustri. Chiesi dunque immediatamente un mezzo di trasporto.
— La diligenza parte in coincidenza col battello a vapore, — mi rispose il facchino.
— Benissimo. Conducetemi alla diligenza.
— Ci siamo in due passi.
Mi fece camminare un quarto d'ora, e vi giungemmo che l'imperiale era già carico; e i viaggiatori più accorti di me erano corsi ad assicurarsi i posti migliori. Il coupé era completo, e non restava che un solo posto all'interno. Mi affaccio allo sportello e vedo cinque persone stipate, che aspettavano l'ultimo compagno di sventura, come il ceppo aspetta il cuneo che deve spezzarlo. Un'enorme matrona raccoglieva le pieghe monumentali delle sue vesti per apparecchiarmi una tomba al suo fianco. Retrocessi inorridito; la morte non mi spaventa, ma l'idea di trovarmi sepolto vivo mi fa orrore!...
Lasciai partire la diligenza senza di me, e ne ebbi le benedizioni dei viaggiatori, a me più grate della loro compagnia in condizioni inaccettabili. Non mi restavano altri mezzi di trasporto che le mie gambe, le quali a vent'anni sono ancora il migliore di tutti, specialmente nelle regioni montuose ove l'aspetto della natura compensa largamente la fatica. Consegnai all'ufficio della diligenza il mio bagaglio da spedirsi l'indomani a Tirano, ove lo avrei fatto ricuperare a mio comodo. Feci colazione da un trattore, e partii.
Mi ricorderò fin che vivo quel viaggio pedestre veramente meraviglioso per un milanese che non era mai uscito dal nido. L'aspetto del lago di Como aveva attirato la mia attenzione, come il soave preludio che apre una sinfonia.
Io entrava per la prima volta nelle regioni sublimi delle montagne, a passi lenti, e con rispettoso raccoglimento, come un devoto che penetra nel tempio di Dio. Le valli ondulate chiuse fra eccelse rupi, i boschi d'abeti che s'arrampicano sulle roccie fra i precipizii, le acque rumoreggianti che saltavano di balzo in balzo fino al profondo torrente arrestarono lungamente i miei sguardi incantati.
Solitario in quel sublime deserto, io restava colpito da voci e da suoni ignoti, che mi eccitavano sorpresa e venerazione. Il vento aveva dei sibili umani fra le chiome di quei boschi, le acque imitavano il fragore del tuono, e gli uccelletti associavano i gorgheggi e le variazioni dei loro canti a quei cupi fragori. Tutto eccitava la mia curiosità, dall'orrido precipizio che si sprofondava negli abissi, al grazioso fiorellino delle Alpi che smaltava le rive. E sentivo in me stesso che la mestizia d'un amore infelice predispone l'anima soavemente all'ammirazione della natura.
In un sito incantevole presso Morbegno mi sedetti sulle sponde del torrente Bitto, e rimasi lungo tempo in contemplazione. All'aspetto di quei monti sormontati da altri monti lontani, più alti e scoscesi, in quella solitudine completa io sentiva la piccolezza dell'uomo, e la coscienza del mio isolamento attristava il mio cuore. Ignoto ai mortali, lontano dalla società e dalle sue agitazioni, un solo filo mi teneva legato alla terra, un filo invisibile che mi univa ad una lontana finestra di Milano ove una fanciulla attendeva il mio ritorno, guardava furtivamente il balcone della mia cameretta deserta, pensava tristamente al mio abbandono, si avvedeva della mia partenza, e nascondeva una lagrima. Quel filo invisibile era però tanto potente da tener legati due pensieri lontani, da far battere all'unisono due cuori separati violentemente da condizioni fatali; alle due estremità di quel filo cadevano due lagrime per uno stesso dolore, prodotto dalla lacerazione di due anime che la natura voleva congiunte, e che la società condannava al distacco. Io non potevo sapere ciò che pensava in quel punto la contessa Savina; eppure avrei messo pegno la vita, che essa pensava a me, come io pensava a lei; la grande distanza non poneva ostacolo alla nostra arcana corrispondenza, io la sentiva con una certezza che non ammetteva dubbio. I presentimenti d'amore non sono che rivelazioni profetiche. E mentre la mia stella mi attirava co' suoi raggi nell'unico angolo dell'universo ove io poteva essere felice, io invece vagava solitario per monti e per valli, in opposta direzione, abbandonando il sicuro, per andare in traccia dell'ignoto!... Pur troppo, questo è sovente l'umano destino. La mia compagna, quella che la natura mi aveva destinato, mi attendeva invano; io era smarrito in un deserto, solo, poveretto... solo al mondo!...