Dopo cena il discorso si fece animato. Io raccontai gli episodi del mio viaggio, omettendo od aggiungendo quello che mi pareva opportuno, od interessante per gli ospiti. La mia ammirazione per le montagne produsse un effetto eccellente.
— Vedrete... vedrete tutto a suo tempo, — mi ripeteva gongolando il signor Nicola, — in genere di montagne abbiamo delle meraviglie; dalle più ridenti alle più orride, dal pingue pascolo agli arridi burroni, alle nude roccie, erte, diritte, scoscese, coperte d'eterne nevi! Vedrete le nostre mandre, le nostre vigne, i nostri boschi di castagni e d'abeti: e pareva ch'egli fosse felice d'aver trovato un ammiratore del suo paese.
Narrai anche il mio incontro con Bitto, e la gioia reciproca dei due poveri vagabondi che si fecero buona compagnia, consolandosi a vicenda della solitudine, ma dovetti tagliar corto al racconto, perchè mi parve di scorgere sul volto della ragazza dei segni non equivoci d'emozione, ed io non intendeva d'intorbidire la festa facendo versare delle lagrime. Mi sorprese però che una donna incolore potesse mostrarsi sensibile per così poco.
Non tardai parimente ad avvedermi che l'Agata era la delizia di tutti: sua madre la contemplava con tenerezza, suo padre le sceglieva i bocconcini più ghiotti, e glieli offriva con compiacenza, la Menica girando intorno la tavola l'ammiccava con un sorriso, Martino la serviva con diligenza e premura, Bitto non si distaccava più dal suo fianco, ed era cane di buon naso. Io solo non sapevo trovarle veruna attrattiva. I miei occhi non vedevano che una bruna fanciulla, resa eterea dalla distanza; il mio cuore aveva sete d'un bacio non restituito, del quale sentivo d'essere in credito. Quella sera la veglia fu prolungata da mille discorsi animati da copiose libazioni che mi diedero un alto concetto enologico della Valtellina. Io che a Milano m'immaginava queste montagne come le gelide regioni del polo nord e del mar glaciale, fui ben sorpreso la prima sera del mio arrivo di trovare la temperatura del Senegal, andando a letto tanto caldo che soffiavo come un mantice, e non potevo sopportare le coltri.
Il mattino seguente, che era una domenica, mi alzai per tempo, apersi la finestra, e respirai a pieni polmoni la brezza mattutina, contemplando lo stupendo panorama delle Alpi che mi stava davanti, e volando colla fantasia attraverso la strada percorsa da Tirano a Sondrio, per Morbegno, Colico, Como e Milano. Vedevo come in sogno lo zio canonico che andava a dir messa, il gatto di casa che miagolava fregandosi alle sottane di Veronica, mentre essa apparecchiava la colazione, entravo nella mia cameretta deserta, aprivo il balcone, e stavo aspettando che la contessa Savina comparisse alla finestra dirimpetto, per pagare il suo debito, restituendomi il bacio.
A farmi cadere dalle nuvole non ci voleva altro che il confuso pigolìo che saliva dal sottoposto cortile. Abbassai gli occhi e vidi l'Agata accoccolata che sminuzzava della polenta chiamando i polli. Alla sua voce il gallo, le galline, le chioccie e i pulcini accorrevano da tutte le parti saltellando, svolazzando e cantando, le saltavano d'intorno festosi, rubandosi i bocconi dalle mani. Essa parlava con loro, incoraggiando i timidi, sgridando gli sfrontati, correggendo gl'indiscreti; ed io la guardava dall'alto con sorpresa, senza farmi vedere. Poco dopo comparve la Menica colle sottane rilevate fino al ginocchio, le gambe nude, gli zoccoli di legno, e le maniche della camicia rimboccate fino al gomito, portando un mastello di lavature, dentro le quali gettò una manata di crusca, e poi aperse il porcile. Allora ne uscì un mostruoso maiale, che saltellando goffamente mandava grugniti nervosi, e immergendo il grugno in quella poltiglia lo tirava fuori tutto imbrattato e gocciolante, ne spandeva da ogni parte, e pareva che se ne ridesse, quell'imbecille....
Ahimè! come ero lontano da Milano, dal corso, da quelle strade pulite, da quella vita elegante!... Sentivo una profonda tristezza, e in pari tempo un certo orgoglio della mia patria, e della nobile missione che andavo ad intraprendere, apportando la civiltà a quelle rozze popolazioni di montanari. Immaginarsi una ragazza che s'alzava mattiniera per dedicarsi a quelle occupazioni scurrili!... I polli mi facevano ridere, il maiale mi faceva ribrezzo. Io non ne aveva mai veduto, o solamente qualche testa pulita, rasa, incoronata di mortella, nelle vetrine dei nostri salumai, e non mi sarei immaginato l'immondo animale che mi stava davanti, servito da due donne, come un signore.
Agata consigliava la Menica, entrava ed usciva; finalmente si mise a chiamare Martino. Alla sua voce, Bitto, che dormiva saporitamente ai piedi del letto, alzò la testa, e ascoltò attentamente.
— Martino.... Martino.... — essa ripeteva.
Bitto diede un guizzo, saltò a terra, si mise a gemere presso la porta, raspando colle zampe, guardandomi, ed abbaiando. Gli apersi, ed egli in due salti fu abbasso. Bisognava vedere le smorfie che quel vile adulatore faceva alla ragazza! L'attaccamento, l'affezione, la riconoscenza verso chi dà da mangiare sono le virtù delle bestie, e specialmente dei cani. L'uomo invece conserva la sua indipendenza, dimentica il beneficio, e mostra la dignità dell'ingratitudine.