Zammaria Valdrigo era l'affittuale del podere. In quella solitudine le sue idee s'erano naturalmente circoscritte alle istruzioni del parroco, ed alle tradizioni di famiglia. Dal primo aveva imparato materialmente a recitare i misteri, a balbettare le orazioni latine, a venerare i santi in generale, accordando però una particolare preferenza ad alcuni che godevano il privilegio di speciali facoltà, ed erano dichiarati protettori d'alcune professioni, o degli ammalati o delle bestie. Per esempio, i calzolai dovevano invocare san Crespino, gli epilettici san Valentino, e in caso di malattie della vacca o del porco bisognava raccomandare il sofferente a san Bovo, o a sant'Antonio abate. La speranza del paradiso e la paura dell'inferno e del diavolo erano naturalmente il fomite delle buone azioni, e il freno degli istinti perversi; in quanto al purgatorio egli non ne aveva tanto spavento, perchè quantunque il bruciare nelle fiamme per alcuni anni dovesse essere una cocente punizione, pure poteva sperare d'uscirne col mezzo di opportune indulgenze, di qualche messa, di qualche elemosina, di una candela, o di altri suffragi.
A queste nozioni generali del sovranaturale, si aggiungeva la fede nella potenza delle benedizioni del parroco per ispaventare i sorci, o mettere in fuga le formiche, e le tradizioni di famiglia riguardo al massariol, essere misterioso e notturno che fischia da lontano nei campi, ed entra nella stalla ad intricare le criniere ai cavalli. E le streghe che gettano la mala sorte, e le anime dei morti che non trovano pace, e vagano di notte per le strade deserte.
In quanto alle idee civili, si riducevano a poco. Come la celeste gerarchia, la podestà della terra dividevasi in gradi. Al sommo stava il Doge, e poi venivano il Consiglio dei Dieci, il Senato e i gentiluomini. Dopo i gentiluomini i lustrissimi, e finalmente la povera gente che deve obbedire. Per le nozioni agricole tutto si riduceva a seminare od a mietere in crescente o calante di luna secondo i casi, a lavorare le terre coll'aratro ereditato dal nonno, il quale lo aveva avuto dal bisavolo che lo teneva dal trisavolo, e così avanti, ossia indietro fino ai tempi di Trittolemo.
Del resto, malgrado tanta semplicità, Zammaria sapeva fare i suoi conti, e presso gli altri contadini egli passava per un esperto massaio. Rispettoso e diffidente, faceva profondi inchini ai padroni, ma misurava le parole, rideva sempre con un occhio solo e con metà della bocca, e dalla bonarietà superficiale del volto gli trapelava un'aria di nascosta malizia, che dava alla sua fisonomia un carattere singolare.
Sua madre era una vecchia grinzuta e ricurva, che tutto il paese chiamava per antonomasia, la nonna.
Sua moglie era una svelta e robusta contadina. Bianca e rossa come un bel pomo maturo, la Rosa andava e veniva tutto il giorno dalla cucina alla corte, dalla corte alla stalla, dalla vacca ai pulcini, dal marito al maiale, dai figliuoli ai colombi; una vera provvidenza che vegliava su tutto, e non dimenticava nessuno. Un fazzoletto a quadri sul capo, le maniche rimboccate fino al gomito, la gonnella che appena oltrepassava il ginocchio, lasciavano piena libertà alle sue mosse rapide e gagliarde, e dall'alba al tramonto si udivano i tacchi de' suoi zoccoli che battevano il terreno con un suono uniformemente accelerato. Pareva che il suo cómpito sulla terra fosse quello di rappresentare l'abbondanza; la quale spiccava dalle rotondità delle sue membra, dal volume degli alimenti somministrati alla famiglia e agli animali, e dal numero de' suoi figli. Ne aveva avuto una decina fra maschi e femmine, alcuni erano morti, gli altri correvano i campi, al sole e alla pioggia, forti come la madre, vegeti come la natura, selvaggi come gli uccelletti del bosco.
V.
C'era però una eccezione. Vittore era nato con una fibra più molle degli altri fratelli, ed aveva sofferto alla prima infanzia alcune malattie che lo lasciarono più delicato e più debole. La buona madre sentiva il bisogno di distinguerlo dagli altri, riparandolo con cura dalle intemperie, rinforzandolo con cibi migliori, sorvegliandolo ad ogni istante perchè non si esponesse ad esercizii violenti e dannosi. Le sofferenze fisiche lo rendevano più sensibile alle impressioni, e le abitudini calme e tranquille introducevano nel suo cervello il dominio delle idee, ed una naturale tendenza alla osservazione minuziosa degli oggetti che gli stavano intorno. Seduto sotto gli olmi che sorgevano fra la casa e il ruscello, egli contemplava e comparava ogni cosa. Seguiva il volo della rondine che sfiorando l'acqua cristallina coglieva la preda, l'apportava al nido ove i neonati l'aspettavano col becco dischiuso, e con allegro garrito ritornava alla caccia per i prati e pei campi. Osservava il bacio dei colombi, le collere del gallo contro i tacchini, ammirava i vaghi colori delle farfalle, e le ali dorate degli insetti che passeggiavano sotto ai muschi crescenti sulle corteccie degli alberi; e ascoltava attentamente i varii mormorii della campagna, che con un'armonia indefinita rompevano i silenzii della tranquilla dimora.
Turco, il cane da guardia, era il fido compagno delle sue escursioni vagabonde, e con lui faceva lunghe peregrinazioni attraverso i vicini paesi e fino alle ghiaie del Piave, ove si arrestava davanti l'impetuoso torrente, a contemplare quelle vaste solitudini, e il lontano prospetto del castello di San Salvatore, e la catena dei monti.
E nelle lunghe sere d'inverno, rannicchiato in un angolo del focolare, o seduto accanto dei buoi, ascoltava le fiabe della nonna, che popolavano la sua mente di bizzarre avventure, e conducevano il suo spirito nella regione dei sogni.