Il suo spirito si evaporava in infiniti e chimerici progetti, i quali poi si dileguavano al primo soffio di vento. Il suo ingegno versatile lo spingeva ad abbracciare troppe cose, che abbandonava al primo ostacolo, scoraggiato, avvilito.
La famiglia degli Orseolo lo teneva presso di sè. La munificenza di quella casa gli largiva una pensione, e dandogli una stanza nel palazzo, lo lasciava libero di seguire i suoi studi, e gli schiudeva gli aditi alla vita di Venezia, alle distrazioni, agli stravizi, e la imperiosa voce della necessità non batteva mai alla sua porta per eccitarlo ad affrettare il lavoro.
Ciò nonostante, la feconda natura del suo ingegno lo rendeva atto ad ogni cosa.
Disegnava con grazia e maestria, ed incominciava a dipingere con franchezza e con forza. I suoi pennelli scorrevano sulla tela colla arditezza d'un artista provetto, e la sua tavolozza s'impastava coi colori della famosa scuola veneziana. Con poche linee segnate con rimarchevole talento egli tracciava un somigliante ritratto, con pochi tocchi di pennello lo dotava di anima e di vita.
Amante passionato della musica, aveva imparato a suonare il violino, e lo maneggiava con destrezza e con passione, ma piuttosto per natura che per arte, non avendo la pazienza di attendere a lunghi e severi studi, e così mancante della istruzione necessaria per suonare un pezzo di musica completo, egli abbandonava il suo arco sulle corde in traccia di scucite e vaghe fantasie, di modulazioni capricciose e improvvise. Leggeva rapidamente ogni volume che gli cadesse fra le mani, e passava le intiere notti intorno alla lettura d'un libro che consonasse col suo cuore, o dilettasse il suo spirito. Ogni libro grave o noioso gettava con disprezzo, e condannava con inappellabile giudizio.
Egli sapeva a mente i più bei versi dei migliori poeti, e li declamava con maschia energia, e con intelligente espressione. La sua infanzia quasi selvaggia lo aveva reso indipendente dall'influenza del gusto corrotto del giorno, ed aveva predisposto il suo cure al sentimento della natura e del vero, cosicchè egli sentiva tutto il falso della poesia dominante, e ne parlava con ironia e con disprezzo. E sovente improvvisava dei versi e delle strofe ispirate che si perdeano per l'aria, e non lasciavano che una dolce e confusa rimembranza a' suoi amici che lo eccitavano invano a scrivere ed a pubblicare le sue poesie.
Ma ogni suo lavoro rimaneva incompleto, non perchè gli mancasse l'ingegno per compierlo, ma per colpevole indolenza. Le sue ispirazioni, i suoi slanci erano fantasie passeggiere. Ad un tratto il suo volto s'irraggiava d'un'estasi sublime, i suoi muscoli si agitavano, i suoi occhi vibravano lampi di luce. Allora la sua mente cercava splendide immagini, e nuovi concetti, le sue labbra proferivano parole strane e concitate, se prendeva la matita tracciava lo schizzo d'un quadro, che rivelava un pensiero stupendo, o se afferrava il violino ne traeva delle note soavi, dei sospiri armoniosi, degli accenti melodiosi che rapivano i sensi. Gli astanti rimanevano stupefatti e commossi, ed egli si arrestava come il viandante spossato dopo l'erta salita d'un monte, e si sedeva sfinito ed esausto.
In quei momenti d'esaltazione, quando gli si risvegliava nell'anima la potenza creatrice, se egli avesse potuto disporre di tutte le ricchezze del mondo, non avrebbero bastato a soddisfare gl'immensi capricci del suo pensiero. Egli concepiva dei piani giganteschi di nuove città meravigliose, e dava vita a nuovi mondi, a nuovi universi!... Ricaduto nella calma trovava tutto superfluo nella vita, meno la pipa e il sofà sul quale passava delle lunghe ore solitarie, mandando delle boccate di fumo, e contemplando dalla aperta finestra una nuvola che passava, o una stella che brillava nel cielo.
A' suoi amici che gli rimproveravano il vergognoso letargo egli rispondeva: «Le delizie del dolce far niente sono un dono prezioso impartito dal Creatore alle creature privilegiate. I sogni dell'anima sono più belli delle prosaiche realtà della vita, come la Venere greca è più bella della donna; e la contemplazione delle opere di Dio è un omaggio alla divinità, superiore ad ogni più fervente preghiera. Lasciate che io preghi ed ami secondo il mio istinto.... Ascoltate una storia del millecinquecento:
Un muratore innalzava un muro in Val d'Arno, assistito dal suo manovale. Uno portava i mattoni, i sassi e la calce, l'altro andava avanti col muro. Sapete che fa caldo in Toscana! orbene, era appunto il mese di luglio, il sudore grondava dalle fronti abbronzate dei due lavoranti, mentre un uomo stava tranquillamente sdraiato al rezzo d'una pianta fronzuta, e li guardava. Il muratore vide l'ozioso, e disse sdegnato al manovale: — Guarda un po' il fannullone, che mentre noi sudiamo al lavoro, egli si gode a far niente! — Ora sono tre secoli che il muratore e il manovale son morti e dimenticati, il muro è caduto, e non ne restano nemmeno le traccie, è morto anche colui che li stava osservando senza far niente, ma è rimasto il suo nome, egli era Michelangelo Buonarroti, che meditava una delle sue opere.