La Betta ascoltava in silenzio, rideva e piangeva, Bortolo interrogava, voleva che gli spiegassero minutamente ogni cosa, s'inteneriva o si accendeva di sdegno secondo le impressioni ricevute, e così passarono una gran parte della notte, e non si decisero di andare a letto che quando cascavano tutti dal sonno, e che mancava l'olio alla fiorentina.

Sior Antonio ritornato nella sua camera dopo la lunga assenza, faceva gli elogi della bontà dei padroni, che lo avevano ospitato e consolato con tanta cordialità, descriveva alla Maddalena il lusso del palazzo, le diceva che aveva dormito in un letto da principe, sotto un baldacchino di damasco... poi mettendosi in testa il berretto da notte conchiudeva:

— Dopo tutto questo non vi sono stanze reali, nè letti sontuosi dove si stia meglio della nostra camera, e del nostro letto, e stirandosi le stanche membra sotto la vecchia coperta di lana, si addormentava profondamente.

Il giorno appresso essendosi già sparsa per tutto il Cadore la notizia della partenza delle truppe austriache di Venezia e dalle provincie, e del ritorno dei Larese, la loro dimora fu invasa dai parenti, dagli amici, dai conoscenti, e dai curiosi, avidi di abbracciare i reduci, e di udire le novelle della rivoluzione.

L'Arcidiacono accorse fra i primi a congratularsi con Tiziano per la sua liberazione, ed a ringraziare sior Antonio delle sue lettere. E più tardi si vide comparire anche il Consigliere imperiale con tanto di coccarda italiana sulla bottoniera, col viso atteggiato ad uno sberleffo che voleva essere un sorriso di compiacenza, ma che malgrado lo sforzo non riusciva all'intento. Fra le visite più gradite Tiziano potè abbracciare strettamente il suo caro Isidoro Lorenzi che gli portava i saluti di Maria, e veniva ad invitarlo a passare tutto l'indomani al roccolo di Sant'Alipio.

Tiziano non si fece pregare, e di buon mattino attraversò il bosco dei larici, ed entrò in quel delizioso romitaggio la cui lontananza lo aveva fatto soffrire più di tutto nei carcere di Venezia.

Isidoro era uscito per tempo per predisporre coi suoi amici la convocazione della Comunità Cadorina, e Maria aspettava Tiziano alla finestra. Quando lo vide entrare diede un guizzo, scese precipitosamente la scala, e corse ad incontrarlo. Tiziano la prese per le mani e le depose un bacio sulla fronte; si dissero delle parole confuse dalla commozione pronunciate colle labbra tremanti, e s'avviarono a quel padiglione di verdura che il giovane aveva denominato il nido di Montericco. Il sole brillava nel cielo sereno, l'aria leggiera era pregna d'esalazioni resinose, la Piave sussurrava fra i sassi del suo letto, e si udiva il muggito delle mandre che uscivano dalle cascine per abbeverarsi nel torrente, e un lieve stormire di fronde confondeva tutti quei suoni lontani col canto degli uccelli, col ronzio degl'insetti, e col soave mormorìo delle loro confidenze. Tutte le angoscie passate apparvero a Tiziano come le dolorose impressioni d'un sogno svanito. Quale cambiamento di scena! dalle tetre mura, dalle doppie inferriate, dalla triste solitudine e dall'afa nauseante della prigione, egli era passato rapidamente all'entusiasmo turbinoso d'una rivoluzione popolare, e da quei fragori assordanti, si trovava trasportato come per incanto fra le armonie soavi della natura, davanti l'aspetto ridente delle montagne, delle colline boscose, della vallata pittoresca, nel nido di Montericco accanto a quella bella fanciulla, fra i profumi della terra e delle piante.

L'ebbrezza della libertà, della gioventù, della vita lo tenevano sollevato dalle cose terrene, in un etere splendido, sottile, in un'estasi di delizie sovrumane; e così assorti entrambi in un magico prestigio, rimasero lungamente in silenzio a sentirsi vivere in quella strana esistenza.

Finalmente ruppero il silenzio per raccontarsi le reciproche impressioni dei giorni dolorosi. Essa gli narrò il raccapriccio provato alla notizia dell'arresto, le ansietà di quei giorni pieni di amarezza, le preghiere che aveva fatte al cielo per la sua liberazione, la felicità nell'udire l'annunzio del vicino ritorno. Egli le raccontò i dolorosi pensieri del carcere, le soavi rimembranze del passato che venivano a rendere più desolante la sua prigionia, e a fargli doppiamente sentire la privazione della libertà, la mancanza d'aria e di luce, le ore solitarie passate sul pagliericcio della prigione coi pensiero intento al roccolo di Sant'Alipio, a quel nido di Montericco, veduti da lontano fra le nuvole, come un paradiso antecipato sulla terra, che forse non lo avrebbe mai più consolato nella vita.

E ai lunghi discorsi affettuosi, succedevano nuovi silenzi ancora più eloquenti, e quando la bocca taceva parlavano gli occhi, quell'arcano linguaggio che senza alfabeto scritto, nè segni convenzionali, imprime e scolpisce con indelebili impronte. Così si amavano profondamente, senza aver mai pronunciata una parola d'amore.