Ma non posso rifare il libro in questa lettera, e mi limito ad augurare agli italiani di far conoscenza intima di questo angolo romito delle nostre Alpi,... tanto dilette agli inglesi.

Stupendo paese!... ricco d'antiche virtù e d'onesti costumi, d'uomini forti come le sue rupi, fedeli nell'amore della patria colla tenacità degli abeti barbicati nelle roccie delle loro montagne, costanti negli affetti domestici che consolano quelle modeste dimore con gioie soavi e salutari come il profumo dei loro boschi.

Con animo grato per le vostre cortesie, vi presento questo libro che porta un nome a tutti noto alla Pieve, pregandovi di raccomandarlo all'egregia vostra famiglia, e ai vostri amici, come il ricordo di un'ammiratore sincero del Cadore che non sa dipingere al vivo quello che sente, ma che sa valutare quanto meritano quei semplici costumi in mezzo di quella natura sublime.

E conservatemi la vostra benevolenza.

Villa Saltore, 30 luglio 1880.

devotissimo amico

Antonio Caccianiga.

IL
ROCCOLO DI SANT'ALIPIO

I.

La neve cadeva a larghe falde a Pieve di Cadore, e il vento che soffiava dall'Antelao la portava sui ballatoi e sulle scale esterne delle vecchie case di legno, sui poggiuoli e sulle cornici dei balconi delle case nuove. Il nevischio penetrava in tutti gli angoli, si accumulava sugli abbaini dei tetti, si distendeva sugli spigoli sporgenti dai muri. Nella penombra della sera si vedevano i fuochi accesi nelle cucine; e il fumo che usciva dalle porte dei casolari, e dai camini delle case, spargeva d'intorno un odore di resina misto di fritto e di arrosto, che invitava gli abitanti a rientrare in fretta al loro domicilio.