Pareva che la felicità sorridesse pienamente alla nuova famiglia, quando una febbre insidiosa assalì la puerpera, e mise subito in dubbio ogni speranza. I sintomi più minacciosi si succedettero con terribile rapidità, e la malattia finì in pochi giorni con un lutto spaventoso.
L'infelicissimo marito perdette la sua diletta compagna nel primo anno di matrimonio, il neonato perdette la madre nel primo mese di vita.
Sotto il colpo inaspettato dell'improvvisa sventura, lontano dai cari parenti, fra il suocero e il [pg!70] cognato al pari di lui disperati, Gervasio risentì tutto il peso dell'esilio e dell'isolamento.
La donna morta fu portata al cimitero colla sua candida veste di sposa; il bambino fu messo a balia; i Ravelli affranti dal dolore abbandonarono il paese, il povero esule rimase solo, fra una culla e una tomba, a piangere la sua cara compagna scomparsa;—solo senza patria, e senza famiglia!... [pg!71]
[V.]
Anche la famiglia Bonifazio si sentì colpita crudelmente dalla sventura del figlio. Alle lagrime dell'esule corrisposero da lontano le lagrime dei parenti, privi del conforto di stringere fra le loro braccia affettuose il povero orfanello e il padre desolato.
Così l'esilio colpisce sempre da due parti; tanto chi resta, che chi si allontana soffre egualmente, senza il sollievo del reciproco conforto, senza l'amara consolazione di piangere assieme.
Stefano guarito dalla sua ferita, andava spesso a Treviso, ove aveva molti amici. Un bel giorno girovagando per le strade della città, fu colpito dall'aspetto di una di quelle ragazze del popolo, tanto famose in tutto il Veneto per la rara bellezza dei lineamenti, per l'abbondanza dei capelli, la grazia della persona e l'eleganza del vestito. Si direbbero nate in mezzo al lusso d'uno splendido appartamento, e invece non sono che [pg!72] una curiosa aristocrazia della classe operaia, le contessine del popolo. Dove abbiano imparato a darsi quell'aspetto disinvolto, ed alzare quegli sguardi alteri di principesse, nessuno lo sa. Escono dalle povere catapecchie ove abitano, come da un palazzo signorile, scendono maestosamente dalle loro scalette di legno, come se fossero gli scalini del trono, raccogliendo, colla piccola mano coperta di guanti, e con flessuosa destrezza, gli svolazzi della veste, per lasciar vedere la elegante calzatura a talloni, portando con certa alterigia la testina graziosamente pettinata, e adorna d'un velo nero puntato con grandi spilloni. Camminano con franca andatura, portando l'ombrellino di seta, e il ventaglio, e vanno dalla sarta o dalla modista, ove dopo una lunga pratica giungono a guadagnare venti soldi per dodici ore di lavoro.
La ragazza seguìta da Stefano, aveva sulla nuca una treccia di morbidi capelli color castagno, acconciata in molti giri, da destare l'invidia dei più avveduti parrucchieri che le offersero invano molto denaro per acquistarla, dicendole che una treccia posticcia avrebbe prodotto lo stesso effetto, e che i capelli crescendo più rigogliosi, essa poteva farsene una rendita lucrosa, senza che nessuno se ne accorgesse. Era [pg!73] la povera figlia d'un falegname, ma non volle mai tagliare i suoi capelli per nessun prezzo; quella era la sola sua ricchezza, la sua corona, e non l'avrebbe ceduta per tutto l'oro del mondo. Suo padre le dava torto, perchè i parrucchieri lo avevano sedotto colla promessa irresistibile di certe bottiglie d'un vino delizioso, che gli avevano fatto assaggiare in un bicchierino, e che gli era sembrato un balsamo di lunga vita.
Ogni mattina la ragazza si metteva allo specchio coi capelli disciolti giù per le spalle, che arrivavano fino al ginocchio, e quella ricchezza la rendeva orgogliosa, perchè la più gran signora della città non poteva comperarli per nessun prezzo.