«Chi mangia bene e beve meglio non fa l'umanitario, e non si occupa di politica, pensava il commissario; un uomo civile che vive ritirato in campagna non può essere che un misantropo.»
—Andate pure, egli disse al maestro, non occorre altro.
Il maestro curvò la schiena, che quasi toccava col naso lo scrittoio, presentò all'impiegato superiore i più rispettosi ossequi, uscì dalla stanza con ripetuti inchini, salutò gentilmente anche l'usciere, che aveva un'aria da sbirro, poi scese le scale lentamente, col collo torto, e un beato sorriso sulle labbra, pensando fra sè stesso: «l'uomo è un asino, è un asino, è un asino!...»
E questo suo pensiero non proveniva dal benchè minimo sospetto sulle intenzioni e la condotta del capitano, che anzi teneva per vero quanto aveva asserito; ma vedendo che occorrevano tante cerimonie per ottenere il permesso di circolare a proprie spese nel proprio paese, e che tali cerimonie erano vane, perchè generalmente la polizia veniva ingannata dalle domande, dai [pg!15] pretesti, e dalle informazioni, la sua teoria prediletta gli tornava alla mente, e si compiaceva di poter dare dell'asino al commissario nell'intimità del suo cuore.
Pochi giorni dopo, il capitano Bonifazio, col suo passaporto in piena regola, partiva pel Polesine, visitava alcune fattorie rinomate, procurando che l'I. R. Delegato Provinciale di Rovigo venisse a saperlo, e poi senza che nessuno l'avesse visto entrava in una casa colonica, nella campagna deserta, e s'intratteneva per un paio d'ore coi Carbonari venuti apposta da Ferrara, per intendersi con lui sulle armi e le munizioni da introdursi, per distruggere i governi dispotici, dare all'Italia un governo costituzionale, o almeno unire in vincolo federativo i varii governi italiani, tutti però aventi per basi costituzione, libertà di stampa e di culto, parità di leggi, monete e misure.
Predisposta accuratamente la prossima rivolta del Polesine, passava in Lombardia, visitava i corsi d'acqua, i prati irrigatori e le marcite, facendo parlare di lui come d'un veneto appassionato agricoltore; poi scompariva per qualche ora, si abboccava coi patriotti malcontenti, stringeva la mano ai Carbonari lombardi, comunicava le disposizioni delle vendite del Veneto, e veniva [pg!16] informato degli accordi presi coi fratelli del Piemonte.
Dopo quei ritrovi della setta, scriveva qualche lettera al maestro Zecchini e la gettava alla posta colla certezza che sarebbe aperta dalla Polizia la quale violava tutti i segreti. Egli si godeva a corbellare i commissari e il governo, parlando di prati e di vacche svizzere, di canape e di bachi da seta. Raccomandava all'amico le zucche e le patate, e gli prometteva al ritorno le più utili informazioni sulla coltura delle rape.
Dagli amici di Milano ebbe lettere di raccomandazione per qualche coltivatore, e per qualche possidente austriacante della Brianza, sempre collo scopo d'ingannare la vigilanza della polizia; e si recò a visitarli, occupandosi di vigneti e di stalle, benedicendo i benefizii della pace, che si godevano a merito del regime paterno dei buoni Tedeschi. Prese alloggio in un grande albergo, assunse delle informazioni che lo fecero conoscere per esperto agricoltore.
Poi lasciando gran parte del suo bagaglio all'albergo, e raccomandando all'albergatore le sue preziose sementi di bietole, cavoli e carote, annunziò una gita nei dintorni per visitare le colture, e partì solo e pedestre, munito d'una semplice valigietta alla mano. Prese la direzione opposta [pg!17] a quella che intendeva di seguire, e girando per certi viottoli deserti, assicurandosi che nessuno lo vedeva, trovò la sua strada, che lo condusse in un angolo romito delle colline, ove sorgeva una modesta casa di campagna quasi nascosta dai tigli, dai platani, e dalle robinie.
Abitava in quella dimora un suo antico commilitone, un valoroso colonnello degli eserciti napoleonici, un fiero soldato, un ardente patriotta, che non aveva mai potuto comprendere come gl'Italiani si fossero rassegnati a subire l'umiliazione d'un governo straniero. Acerrimo nemico dell'Austria, egli congiurava come capo carbonaro contro l'aborrito governo, ma sapeva operare con tale avvedutezza che non comprometteva mai nessuno, apparecchiava le riunioni, dirigeva la congiura con sommo accorgimento, e metteva tanta astuzia nel gabbare i sospetti del governo, nello sviare le ricerche della polizia, nell'abbindolare le commissioni speciali, che il suo grande maestro, il generale Napoleone, non avrebbe impiegata tanta avvedutezza nell'apparecchiare il piano d'una battaglia.