Così passavano i giorni, e Bonifazio si lasciava vivere in pace, in una specie di allucinazione, e [pg!22] di ebbrezza felice, e chi sa quando avrebbe pensato di andarsene allorchè la lettera d'un avvocato di Treviso lo chiamò al suo paese per affari urgenti.
Il colonnello non voleva lasciarlo partire, le signore lo pregavano di non abbandonarle, e gli parve perfino di scorgere una lagrima che brillava come un diamante nei grandi occhi di Maddalena; ma la lettera era pressante, e poi sentiva anche il bisogno di fuggire da quell'amore soffocato che quasi quasi gli pareva un insulto alla casa dell'ospite e dell'amico; e partì.
L'ultima parola del colonnello fu questa:—Siamo intesi, facite judicium et justitiam.... e l'altro rispose:
—Pubblice felicitatis incrementum....
Erano parole del diploma guelfo dei Carbonari.
Pochi giorni prima si erano abboccati coi fratelli della setta, in un sito deserto, e avevano giurato nuovamente di liberare la patria dal giogo straniero, o di morire.
Nel viaggio di ritorno si arrestò a Brescia, Verona, Vicenza, Padova; fece una scappata a Rovigo e a Venezia, e in tutte queste provincie s'incontrava coi federati, faceva dei proseliti, formava nuovi centri carbonari, allargava le diramazioni nei principali villaggi, e stringeva i nodi d'un'ampia [pg!23] rete che doveva serrare nelle sue maglie l'aquila a due teste.
Poi rientrò tranquillamente nella casa paterna, solo e disarmato, ma profondamente convinto che presto o tardi ma di certo, l'Italia sarebbe unita, libera e indipendente. [pg!24]
[II.]
Erano passati sei anni da quella prima dimora in Brianza, quando nel maggio 1820, il capitano Bonifazio ricomparve per la seconda volta davanti la casa del suo vecchio commilitone.