Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.

Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procurator Pesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.

Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finitima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia: d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que' tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.

Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che glie ne sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da' quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.

La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregrazione della salute pubblica, con titolo d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre, manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.

Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.

Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed, abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.

Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune, stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.

Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti che la repubblica, sempre consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale; munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.

Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di Corte; approvò la costituzione.