Le vittorie de' repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio de' savii in Venezia nella risoluzione presa di mantenere la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il granduca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica franzese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia, s'era allontanato. Aveva sempre il granduca, in mezzo a tutti que' bollori, conservato l'animo pacato e lontano da quegli sdegni che oscuravano le menti rispetto alle cose di Francia; non già che egli approvasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combatterli sarebbe stato cagione che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua, e pei cattivi consigli d'altri, i Franzesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui per modo che oramai questa sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazii di guerra era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il granduca s'accostasse a quelle deliberazioni che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e si agl'interessi della Toscana. Oltre a ciò, il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi gl'Inglesi concorrevano col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Franzesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffici loro, massimamente di frumenti, che trasportavano nelle provincie meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi rumori per cagione di questi aiuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il granduca, preferendo gli interessi proprii a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che fossero aperti i tribunali a' Franzesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia, secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta monetata di Francia, diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e ne fossero castigati gli autori; cosa tanto più laudabile che appunto nel medesimo tempo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, compivano opera sì vituperosa, non nascostamente, ma apertamente. Così le mannaie uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo Stato incrudeliva in Napoli, così i falsari contaminavano la Inghilterra, mentre l'innocente Toscana ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra.
Ma, divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il granduca che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tal modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo apposta a Parigi, affinchè fra i due Stati si rinnovasse quella pace che più per forza che per deliberazione volontaria era stata interrotta. Molte furono le querele che si fecero in que' tempi di questa risoluzione, e della scelta del conte Carletti ad eseguirla destinato; ma il tempo non tardò a scoprire che quello che il granduca ebbe fatto per solo amore de' sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui. Ma era fatale che in quella volubilità di governi franzesi quest'atto del granduca non preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero i tempi in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento non scudo.
Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito e terribile. Debole era il granduca a comparazione di Francia; ma era pei Franzesi di non poco momento che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlochè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì 9 febbraio, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il granduca rivocava ogni atto di adesione, consenso od accessione che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica franzese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quelle condizioni in cui era il dì 8 ottobre del 1793.
Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi, per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del granduca Ferdinando. Bandissi la pace con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando un suo manifesto, conchiudendo volere ed ordinare che il trattato con Francia si eseguisse, e l'editto di neutralità, pubblicato nel 1778 dalla sapienza di Leopoldo, si osservasse. Perchè poi quello che la sapienza aveva accordato i buoni ufficii conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, acconciamente orava; rispondeva il presidente con magnifico discorso; infine, perchè non mancasse alle lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioie corte e vane, dolori lunghi e veri.
E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.
Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.
Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato: similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia, ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.
Per tal modo si vede che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.
Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica patria.
Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere, aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.