Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano, repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciato del tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de' freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero nei porti veneziani.
Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui, imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli, che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori, correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro; e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.
Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.
In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi, trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse.
Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.
Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.
Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole dipinte di estremo valore.
Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi, fra i quali il San Girolamo del Correggio.
Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.
Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori, il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse, oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati del duca.