A tale dichiarazione il generale ordinò le ostilità contro i ribelli; quindi le galee e la bombarda fecero un fuoco che durò tutta la notte; i ribelli dal canto loro rispondendo con alcuni cannoni da campagna che trovavansi a loro disposizione. Sul far del giorno le truppe sbarcarono in una spiaggia distante due miglia dalla città, senza incontrare opposizione di sorta; ma di mano in mano che i granatieri verso la città avanzavano, i contadini, dalle case, dalle muraglie, dagli ulivi, facevan loro fuoco addosso, sostenuti da altri che eransi in varii siti appostati. A fronte di tale resistenza, i granatieri, fatti forti da alcuni corpi di milizia alamanni, procedettero arditamente contro i ribelli e si impadronirono de' posti più importanti delle vicinanze di S. Remo.

Mentre il generale Pinelli dava le disposizioni necessarie per compire l'impresa, vennero a lui da parte del popolo due nuovi deputati per sottomettersi a patto d'aver salva la vita, l'onore ed i beni. Rispose il generale che bisognava subito consegnargli il commissario Doria, come avea precedentemente domandato, e ritenendo i messi, permise loro di far sapere in iscritto le sue intenzioni ai ribelli. Si prevalsero questi adunque della accordata permissione, ed in fatti poco stante capitò il commissario Doria, e con esso altri quattro deputati per supplicare il generale di annuire alla grazia già prima implorata. Rimandolli egli con isdegno, soggiungendo che dovessero consegnare tutte le armi, ed appartener poi alla repubblica, alla cui clemenza si avevano a rimettere, il conceder quello di che pregavano; nè valsero preghi o lagrime dei deputati a commuovere quel capitano dell'armi genovesi. Ebbesi però un armistizio, ed il giorno appresso la città si arrese a discrezione.

La prima notte ed il giorno appresso stettero le cose in calma; ma la seconda notte il generale fece arrestare nel proprio letto molte persone, e chiamati il consiglio di reggenza ed il parlamento, ingiunse loro di pagare in termine di due ore ottanta mila lire; e come nel prefinito spazio non avea potuto essere consegnato il denaro, fece arrestare e il parlamento e la reggenza, guardandoli i soldati colla baionetta in canna. Pagata poi la somma, ciascun credette di tornare a casa sua; ma il capitano, prima di lasciar libero il parlamento, esigette lo sborso di una somma eguale; e contata anche questa due giorni dopo, intimò che dentro otto giorni si dovessero pagare altre cento mila lire. E procedette più innanzi: fatti imprigionare molti ecclesiastici e secolari, fu il priore di consiglio di reggenza, con altri personaggi graduati, rinchiuso nel palazzo del generale, il cui proprietario non potè trattenersi dal dirgli: V. E. non mantiene la parola data ai deputati, che i cittadini avrebbero salve la vita e la roba; rimprovero che il punse tanto nel vivo che minacciò delle forche chi glielo faceva.

Siffatte asprezze e molte altre ancora spaventarono ed irritarono talmente i Sanremani, che la maggior parte ritiraronsi nelle vicine montagne dette delle Langhe, feudi imperiali sotto il dominio del re di Sardegna, quivi, in numero di due mille cinquecento, campeggiando alla meglio sotto tende e baracche, non rimasti quasi in città se non i vecchi, le femmine ed i fanciulli. Corse allora opinione che un pugno di gente ridotta a tanto estremo, non avrebbe tardato molto a sottomettersi a qualunque legge volesse imporgli la repubblica di Genova; ma assai male conosceva gli uomini e le storie chi in tal modo pensava. I Sanremani spedirono lor deputati a Vienna a chieder contro la repubblica giustizia dall'imperadore Francesco, qual da signore diretto di quel feudo, e segretamente implorarono la protezione del re di Sardegna. O che la repubblica ignorasse quei maneggi, oppure, cosa più verisimile, fingesse d'ignorarli, per finire le cose senza ulteriori strepiti e disturbi, fece pubblicare un editto nel quale, dopo avere esposto con tutta l'enfasi il peso e l'enormità del delitto, di cui erasi resa colpevole quella popolazione, tuttavia, per effetto di somma clemenza, prometteva un perdono generale a tutti, prefiggendo un termine discreto al ritorno di coloro ch'eransene fuggiti, soli eccettuati quattordici dei principali sediziosi.

Ma i fuorusciti delusero le aspettative comuni, che, invece di tornarne alle case loro sottomessi ed umiliati, cercarono ricovero in Oneglia, terra del re di Sardegna, e l'ottennero da quel principe, che senza punto ingerirsi nelle querele loro colla repubblica, credette di non poter negare ad essi un asilo che il diritto di natura e quel delle genti non consentono che a verun rifugiato si nieghi. Genova si scosse alla novella, ma viemmaggiormente fu commossa allorchè intese che i deputati di San Remo avevano a Vienna ottenuto che fossero ricevuti dal consiglio aulico i loro ricorsi e fattane poi la relazione all'imperadore. Nè basta; venne altresì la repubblica assicurata che l'imperadore aveva fatto spedire un rescritto, in cui ordinava alla medesima di dovere intorno a fatti esposti dai Sanremani informare nel termine di due mesi; rescritto di cui si sparsero molte copie negli Stati della repubblica, in S. Remo e nella stessa Genova.

Quanto moto si desse la repubblica contro queste imperiali disposizioni, ciascuno se l'immagina, e basterà dire che per altro tornarono tutti i suoi passi infruttuosi. Ma non si poteva che lo stabilimento dei Sanremani sulle terre del re di Sardegna, e molto più il favore da essi trovato presso la corte di Vienna, non accrescessero le male disposizioni d'animo dei Genovesi contro di loro. Laonde il commissario che a San Remo per la repubblica dimorava, si credette giustificato di trattarli con modi poco cortesi, spingendo anche le parole e le vie di fatto contro il vescovo di Albenga, il quale in questi commovimenti si trovò troppo propenso ai sollevati, e fu poi costretto a ritirarsi cogli altri ad Oneglia.

Nel mezzo tempo molto più gravi erano le cure e più decisive le operazioni della repubblica di Genova per la ribellione della Corsica, ch'era già presso il terzo lustro. Abbiamo già veduto a svanire i bei disegni e le lusinghiere speranze del marchese di Cursay, che di tanti pensieri e tanti maneggi si ebbe a guiderdone la prigionia in Antibo, benchè poi si purgasse dalle accuse che la repubblica gli avea poste addosso, e così fosse liberato. Il colonnello di Curcì, che gli succedette nel comando dell'armi franzesi nell'isola, scorgendo l'insuperabile avversione dei Corsi al già divisato regolamento, formava nuovi progetti; ma, ignaro della mente del suo sovrano riguardo i Corsi, si affaticava indarno. I Corsi bensì che non solo prevedevano, ma erano quasi certi della vicina partenza delle milizie franzesi, dimentichi affatto di tutta quella buona armonia ch'era con esse passata, e non riguardandole se non come gli strumenti de' quali erasi la repubblica servita per soggiogarli, non ebbero ribrezzo ad attaccarle in modi crudelissimi, giungendo a spogliar nudi affatto quelli che cadevano loro in mano e in quello stato rimandandoli ai loro compagni, fra gli orrori del verno, per mezzo alle nevi; crudeltà che crebbero a dismisura allorchè nel mese di febbraio giunse in Corsica un uffiziale franzese cogli ordini della corte di far tosto ritirare dall'isola le truppe. Gravi furono i pensieri del comandante per preservarsi dagl'insulti e dal danno nella ritirata, e sagge le misure da lui prese all'importantissimo fine; ma tutte le sue precauzioni non riuscivano felicemente.

I Corsi vegliavano sopra tutti i movimenti ed accorrevano da per tutto. Divisi in piccioli manipoli, bloccavano i Franzesi nelle torri e negli altri posti, impedivano loro le munizioni da guerra e da bocca, finalmente protestavano che avrebbero strozzati tutti i Franzesi, se nell'abbandonare le piazze ed i luoghi da essi occupati, a loro non li consegnassero; ed erano tali da tener la parola. Nè le attenzioni vere o simulate del principale capo Gian Pietro Gaffori avevan forza di trattenere i Corsi, sì che da ogni parte continuassero ad attaccare i Franzesi che erano in cammino per unirsi al loro capo: e guai a quelli che per istanchezza o cagione altra qualunque rimanevano indietro o si scostavano alcun poco dai compagni! Soli i distaccamenti di là dei monti furono meno inquietati, e si ridussero tutti sani e salvi in Aiaccio.

Intanto ogni cosa era ormai disposta per la partenza, nè altro mancava che di ottenere da Gaffori e dagli altri Corsi la restituzione de' soldati da essi tenuti prigionieri. Ma fu impossibile indurgli a tanto, finchè con una specie di capitolazione il comandante franzese non si obbligò di consegnar loro la piazza di San Fiorenzo; promessa che però ei non fu in poter di mantenere per la costante opposizione che vi fece la repubblica. Nel qual fatto delusi i Corsi, tennero immediatamente un congresso nel convento di Oletta, in cui unanimi determinarono di non voler più sentire a parlare di soggezione verso qualsiasi potenza, ma sì bene governarsi da sè medesimi coi magistrati proprii e colle proprie leggi.

Sul principio di primavera, giunte le navi che trasportare doveano le truppe franzesi, abbandonarono esse finalmente, dopo cinque anni di soggiorno la Corsica, seco non portando altro frutto delle loro fatiche, fuorchè un'idea giusta del valore e dell'entusiasmo de' Corsi, i quali, pratici dei siti, fieri per carattere, ostinati per impegno, avrebbero disputato a chiunque il possesso della loro isola, e se si fossero formata di sè la giusta idea che la Francia in quella occasione e la maggior parte de' sovrani ne avevano concepita, forse si sarebbero formata una sorte migliore; ma allora badavano più alle private passioni che al ben comune.