Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti importanti.
La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani, e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva.
Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.
La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, se non forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.
Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie.»
Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza ed a sè non competente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.
Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo di voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket; ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque che dall'estrema falda dei norici monti se ne corrono per la dritta del Danubio; già le mura dell'antica ed invitta Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori.
Ma già da Vienna, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse divenuta pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo d'un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte lo arciduca medesimo grosso e rannodato e con tutte le popolazioni all'intorno che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore; arrivavano, all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno 7 aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace che, secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipontenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leoben, il dì 18 del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperador alla Francia i Paesi-Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica quali le avevano le leggi franzesi definite, consentisse alla creazione d'una repubblica in Lombardia. Parlavasi nei segreti dei compensi da darsi all'imperadore; ma, essendosi stipulato che Mantova si restituisse all'imperadore medesimo, il direttorio non volle consentire questa condizione, certamente gravissima in sè stessa, e per gli effetti che portava con sè. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica traspadana o lombarda che la si voglia nominare.
Già precedentemente si è veduto che Bergamo era stato occupato da Buonaparte come istrumento potente a volgere a sua devozione l'animo dei popoli della terraferma veneta. Fu del tutto violento il modo e contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicani in Bergamo, Baraguey d'Hilliers li guidava, con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierie veneziane, intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe venete; se nol facesse userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era che il principio ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel paese veneziano. Alcuni Franzesi vi erano mescolati che intendevano ai medesimi fini. Tra questi, un Landrieux, capo dello stato maggiore di cavalleria, era stato eletto dalla congregazione qual operator principale a turbare le cose venete.
Ma Landrieux, o che egli avesse per onestà di natura realmente in odio queste opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere, o per mezzo loro o immediatamente, ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose che massimamente importavano alla salute della repubblica veneziana. Mandava il segretario Stefani; trovava questi in Milano un avvocato Serpieri, romano, trovava Andrieux, che alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le rivoluzioni; già averne impedito una in Ispagna, voler impedire quella dello Stato veneto: avere fra un mese ad esser pace con l'Austria se fosse impedita la rivoluzione degli Stati veneziani, nel caso contrario, non esservi più modo di conciliazione; abbracciare Buonaparte nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia che la rivoluzione dello Stato veneto era opera della congregazione segreta di Milano; dovere aver principio in Brescia, poi dilatarsi in Bergamo e Crema; uomini apposta, seminatori di denaro e di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i 9 di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia s'impedirebbe anche negli altri luoghi. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per avere avuto sentore o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.