Tutto fu indarno; Trouvè, al quale il direttorio portava molta affezione, mandava ad effetto le accordate deliberazioni. La notte del 30 agosto chiamava in sua casa centodieci rappresentanti, che non erano la metà di tutti: leggeva la nuova costituzione e le nuove leggi. Le approvarono, chi per amore e chi per forza, perchè aveva intimato loro che tale era risolutamente la volontà del direttorio di Francia, e che se non l'accettasse di buon grado, lo avrebbe eseguita per forza. Non ostante alcuni ricusarono e sdegnati si ritirarono. Il giorno seguente l'opera si recava ad esecuzione. Le soldatesche circondavano la sede dei consigli, ributtavano con le baionette i rappresentanti non eletti dalla riforma, cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi; si surrogavano Sopransi e Luosi; i rappresentanti renitenti scacciati dai consigli; Fantoni, Custodi, Borghi, capi degli altri, posti in carcere. La forza predominava. Fece Trouvè la nuova costituzione e finalmente dichiarò, parendogli di aver operato abbastanza e bene solidato l'imperio franzesein Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli ordini della Cisalpina, buona in sè, viziosa pel modo. Ed ecco una scena; una gran turba seguitava Ranza gridando: «Che vuol Ranza, che scartafaccio è quello?» Lo scartafaccio era la costituzione disfatta da Touvè, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del Lazzaretto.

Brune, ch'era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio che lo voleva mitigare, richiamava Trouvè, dandogli scambio con Fouchè. Le assemblee popolari che chiamavano i comizii, accettavano la costituzione di Trouvè. I democrati non se ne potevano dar pace, ma tra l'accettare e il non accettare non era differenza; la forza forestiera reggeva lo Stato. Non piacquero al direttorio nè Fouchè ne Brune. Mandava a Milano Jubert, invece di Brune, Rivaud invece di Fouchè, strano inviluppo di uomini e di leggi tante volte mutate in pochi mesi da chi reggeva il mondo con la forza e la forza col capriccio. Non si mescolava Jubert, uomo generoso e magnanimo, nelle riforme. Ricominciava Rivaud l'opera di Trouvè. La notte del 7 dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina le baionette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da Brune, rimettevano in carica il direttorio Adelasio, Luosi e Sopranzi cacciati da lui. Fu imprigionato Visconti; frenata la stampa, serrati i ritrovi; minacciaronsi i fuorusciti napolitani di espulsione, i democrati cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue e gli scritti. Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo volevano ammazzare, e dipingevano nei loro scritti contro di lui non sapresti che coltello di Bruto; ma non fu nulla. In questa guisa la Cisalpina, tra la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati la prepotenza delle soldatesche forastiere, il timore di tutti, se ne stava aspettando i nuovi assalti dell'Austria.

Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento levarono un grandissimo romore in Francia coloro che, o sedendo nei consigli legislativi o con le stampe addottrinando il pubblico, contrastavano al direttorio; e i cambiamenti stessi, fatti per forza di soldatesche, diedero molto a pensare ai Cisalpini e generalmente a tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente che la Francia tutt'altra cosa voleva piuttostochè l'indipendenza loro, e che, dalle parole in fuori, ch'erano veramente magnifiche, essi erano destinati a servitù. Allora s'accorsero ch'era per loro diventato necessario, seppure liberi e indipendenti volevano essere, il camminare con le proprie gambe, e por mano essi stessi a quello che per opera dei forastieri non potevano sperar d'acquistare. Sorse in quel punto specialmente una setta, la cui sede principale era in Bologna, e che siccome da Bologna, come da centro, spandeva a guisa di raggi tutto all'intorno negli altri paesi d'Italia le sue macchinazioni, così fu chiamata Società dei Raggi. Voleano costoro la libertà e l'indipendenza d'Italia contro e a dispetto i di tutti, e queste cose vigorosamente tramavano ed i semi ne spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le rotte dei Franzesi per le quali tutti questi intendimenti diventarono vani. Nondimeno le operazioni di Lahoz, che in progresso si leggeranno, furono, come immediato effetto, così piccola parte di questa vasta macchinazione.

Passando ora alle cose di Sardegna, il re, serrato da ogni parte dalle armi di Francia, aveva posto l'unica speranza nella sincerità della sua fede verso il direttorio; non che nel più interno dell'animo non desiderasse altre condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami il suo male, ma vedeva che era del tutto in potestà dell'oppressore il sovvertire i suoi Stati prima solo che l'Austria il sapesse. Così la repubblica di Francia voleva la distruzione del re, sebbene s'infingesse del contrario, ed il re voleva serbar fede alla repubblica, quantunque altri desiderii avesse. Reggeva il Piemonte il re Carlo Emmanuele IV, principe religiosissimo e di pacata natura, ma poco atto a destreggiarsi in un secolo tanto rotto e sregolato.

In mezzo agli umori che regnavano in Italia per formarne, mutati gli ordini politici in Piemonte, una sola repubblica, come alcuni bramavano, o veramente due, dell'una delle quali fosse capo Milano, dell'altra Roma, era arrivato l'ambasciatore di Francia Ginguenè a Torino. Era Ginguenè uomo di tutte le virtù, ma molto incapriccito in su quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli Stati repubblicani. Di fantasia vivacissima ed essendosi poi molto nodrito degli scrittori italiani, e specialmente di Macchiavelli, si era egli dato a credere che l'Italia fosse piena di Macchiavelli e di Borgia, ed aveva continuamente la mente atterrita da immagini di tradimenti, di fraudi, di congiure, di assassinii, di stiletti e di veleni. Con questi spaventi in capo, veduto prima il ministro Priocca in cui scoverse, come diceva, non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo ingresso al re. Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio e del direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere, si aveva Ginguenè apparecchiato un bello e magnifico discorso, non considerando che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli apparati di lei sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia. Traversate le stanze piene di soldati bene armati e di cortigiani pomposi, entrava Ginguenè in abito solenne e con una sciabola a tracollo nella camera d'udienza dove si trovò solo col principe. Stupì l'ambasciator repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del Piemonte. Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare il discorso, perchè e le adulazioni ed i rimproveri erano ugualmente, non chè intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, il recitava al re.

Al discorso squisitissimo del repubblicano non rispose il re, non essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio e della buona salute dell'ambasciatore; poi toccò delle infermità proprie, e della consolazione che trovava nella moglie, ch'era sorella di Luigi XVI re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguenè le parole, disse che ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà e di virtù. Si allegrava a queste lodi della regina il piemontese principe, e mettendosi anch'egli sul lodarla, molto affettuosamente spaziò nel favellare delle virtù e della bontà di lei. Poi seguitando venia dolendosi del mancar di prole: Non ne ho, diceva, ma mi consolo per la virtuosa donna. Ritiratosi dalla reale udienza l'ambasciator di Francia, e, sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di quei tempi, si sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta bontà, semplicità e modestia del sovrano del Piemonte.

Frequentavano la casa dell'ambasciatore di Francia i desiderosi di novità in Piemonte, i quali, standogli continuamente a' fianchi, gli rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando il vero col falso sulle condizioni del Piemonte e sulla facilità di operarvi la rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a' versi delle sue opinioni, così egli se li credeva molto facilmente. Per la qual cosa sentiva egli sempre sinistramente del governo, e, volendo tagliarvi i nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse il re a licenziare i suoi reggimenti svizzeri, che tuttavia conservava a suoi soldi.

Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori, vedendoli volentieri e dando facile ascolto ai rapportamenti loro, e dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i mali semi producevano in Piemonte frutti a sè medesimi conformi. Sorgevano in più parti moti pericolosi suscitati da gente audace con intendimento di rivoltar lo Stato. Il più principale pel numero e pel luogo ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio dove erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti piemontesi. Circa due mila soldati liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi. Capi principali del moto erano uno Spinola, nobile, Pelisseri e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita ed intenta a novità. Un Guillaume ed un Colignon franzesi erano con loro. Nissuno pensi che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicate cose più immoderate contro i re di quelle che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna.

Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.

Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava a Pinerolo.