Rispose che darebbe incontanente i dieci mila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito piemontese verso il franzese, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo apposta affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.
Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlochè il generalissimo vi mandava a governarla il dì 27 novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, ch'era stimato od aborrente per natura da sì gravi ingiurie o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per sè stesso senza che si venisse all'esperimento dell'armi. Ma dubitando che l'apparato della forza non bastasse a muover l'animo di Carlo Emmanuele, si usò anche la astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e dei ministri, e soprattutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio sapendo quanto Carlo Emmanuele fosse dedito alla religione, dal tentar mezzi insoliti di sedizione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunzia. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano che il re per l'atto stesso della sua rinunzia ordinasse ai Piemontesi ed a' suoi soldati che non si muovessero ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul primo giungere si era tenuto nascosto, a procurarsi segrete intelligenze con uomini d'importanza; ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano e chiamavano a rovina e la reggia e i popoli e il Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Jubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti e de' suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava consolativo ma insufficiente, che la fede dei soldati e la devozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì 5 dicembre queste parole.
«La corte di Torino ha colmo la misura ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commesso; sangue di repubblicani piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo franzese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istringere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicano corre ad occupare i dominii piemontesi.»
Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Desoles, raunatisi con le schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regi, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde, spingendosi più avanti, andò a piantare gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciatori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella, il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sotto sopra e d'incendiar Torino se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportasse di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni d'ogni genere, procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani che in loro potere recassero Chivasso terra munita di un forte presidio e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine e per obbedire al generalissimo mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso ed aiutati dai soldati di nuova leva, che qui per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.
Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governator di Torino assicurandolo che quanto si faceva solo si faceva per modo di cautela e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà o francese o piemontese che si fosse, incendierebbero la città e farebbero che di lei pietra sopra pietra non rimanesse. Il governo pubblicava un manifesto con cui esortava gli abitatori a restarsene quieti, chiamava i Franzesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno nissuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese ed assaltate all'impensato erano state disarmate e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio della sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il 7 decembre le sue ultime parole; ma anche le sue generose, le giuste sue difese gli vennero poco dopo interdette ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava dalle ragioni altrui.
Intanto perchè si venisse a conclusione si moltiplicavano le arti e gli spaventi; si parlava che a nissun'altra condizione sarebbero i Franzesi contenti che all'abdicazione. Cedesse al fato, nè v'era modo da ostare, giacchè Carlo Emmanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato e stipulato il dì 9 di dicembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno 7, ed a mandar Priocca in mano loro alla cittadella, come sigurtà di non resistenza e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si vede sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emmanuele quello di Vittorio Emmanuele con queste parole: Io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato.
Fu in buon punto pel re e per tutta la sua famiglia, che Grouchy e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Da che ne seguitò che avevano già fatta la rinunzia e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta come ostaggio per la osservanza dei patti e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.
Accordossi nell'atto dell'abdicazione che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia; comandava altresì a' suoi soldati che come parte dell'esercito franzese si sottomettessero al generale medesimo; disdiceva il manifesto del giorno 7 e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella: che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare e ricuperassero tutti i diritti loro; potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna; finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti e scorta mezza franzese e mezza piemontese; se il principe di Carignano eleggesse di rimanersi in Piemonte o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi e con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivii e le casse dell'erario; non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche di Francia.
Creava Joubert un governo che per modo di provvisione ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Bandisone, Rossi, Sartoris; per un secondo, Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme, nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro; sì che in breve non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forastieri l'amicizia.
Grouchy, conseguita una tanta mutazione sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Franzese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso che per volontà deliberata. Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani; Priocca, esempio d'animo forte, di mente sana, di sincerità singolare e d'una fede inalterabile; uno degli uomini dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare.