Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di Toscana.
Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache, non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse segurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi, avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi signori.
Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.
Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione. Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare. Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri, già era per le ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.
In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava, ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a ricevere le buonapartiane impronte.
Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert, combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica, i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto, correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed opportuno.
Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta, per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che bramosamente lo aspettava. Non occorre raccontare le allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.
Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico e soldatesco.
Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gli era ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti, l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.
A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli, massimamente in Francia, dove erano uniti in certa specie di congregazioni, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva.