Letta ed accettata la costituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.

Fecersi molte allegrezze nell'italiana repubblica per la data costituzione e per l'acquistato presidente. Le adulazioni montarono al colmo. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di sè, acerbamente dei predecessori: toccò principalmente delle corruttele. Intanto i soldati si descrivevano, ed i buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello Stato, che, nonostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere. Buon modo avea trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere: questo fu di arricchirli e di chiamarli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposii loro si sfogavano e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non li temeva. Insomma la letteratura servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla.

Fra tutto questo sorgevano opere di singolare maguificenza: il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondessi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno che molto ritraeva della romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavoro che in parecchi secoli. Da ogni parte si acquistava la bellezza. Tutte queste cose e quel nome di repubblica italiana singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli ed a nuovi destini.

A questo nome di repubblica Italiana ed all'esserne Buonaparte fatto capo, si insospettarono giustamente le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le italiane cose. L'imperadore Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si allontanava da lui pei risultamenti della lionese consulta, e le cose della Russia con la Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, con la quale si sforzava di mostrare che la Francia, conservando l'italiana repubblica, non aveva preso troppo per sè, nè tanto quanto avevano per sè stessi preso gli altri potentati.

Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazia: volle il consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazia. Il supplicarono affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro concittadini; nè lo scritto dei reggitori genovesi disteso in lingua e stile assai più purgato che le sucide scritture cisalpine, toscane e napolitane, era, quanto alla forma, senza dignità.

Importava la costituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva la repubblica; presiedesselo un doge; dividessesi in cinque magistrati, il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista triplice presentata dai collegi.

Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in carica sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori, la repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo gli obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto l'assistesse.

Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli altri quattro magistrati e di quattro altri senatori; il senato gli eleggesse; gli si appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi e dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare i magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì interna che esterna dello Stato; vegliasse che la giustizia rettamente e secondo le leggi si ministrasse: sopravvegghiasse alle rendite pubbliche, agli affari ecclesiastici, agli archivii, alla pubblica instruzione; comandasse all'esercito. Questo ordine del magistrato supremo rappresentava nella nuova costituzione l'antico piccolo consiglio, che i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il nervo del governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini, piuttosto onorifica che efficace.

Questo era il governo della repubblica ligure. Restava a dichiararsi in qual modo si attuasse. Stanziò il consolo che vi fossero i tre collegi dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato, due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale, due di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta giurisdizionale; le consulte giurisdizionali i membri della consulta nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.

Il dì 29 giugno entrava in ufficio il nuovo governo in cospetto di Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti con parole acconce, ma in aria al solito e teoretiche.