La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva.
MDCCCVIII
Anno di
Cristo
MDCCCVIII
. Indizione
XI
.
Pio
VII papa 9.
Francesco
I imp. d'Austria 3.
Era arrivato il tempo in cui i disegni napoleonici dovevano colorirsi a danno del re di Spagna. Il mettere discordia nella famiglia reale, il far sorgere sospetto nel padre del figliuolo, dispetto nel figliuolo verso il padre, il seminar sospetti sopra la coniugal fede della regina, e al tempo stesso accarezzare chi era soggetto dei sospetti, e farne strumento alle macchinazioni, il contaminar la fama di una principessa morta, accusar un principe di Spagna d'insidie, perchè più amava la Francia che la Spagna, fare che a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetto di fraudi e di tradimenti, e la quiete e confidente vita del tutto sbandirne, queste arti produssero il mal frutto. La subitezza spagnuola le ruppe, col far re Ferdinando e dimetter Carlo; ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente stesso d'Aranjuez, che parea dovere scompigliar ogni trama, gli diede occasione a mandarla ad effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in suo potere a Baiona; restava che vi tirasse il re Ferdinando, ed il vi tirò. Rallegrossi allora dell'opera compita. Costrinse il padre ed il figliuolo a rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco libero a Marsiglia, il figliuolo prigione a Valenzay: nominò, ribollendo in lui la cupidità dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di Spagna, Murat re di Napoli. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le ordite cose, e combatterono i napoleoniani.
Napoleone, obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli in Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue osservazioni, otteneva che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt. Quivi furono splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari segreti: stava il mondo in aspettazione e timore nel vedere i due monarchi, allora potenti sopra tutti favellare insieme delle supreme sorti. Chi detestava l'imperio dispotico di Napoleone, disperava della libertà d'Europa, perchè, essendo le due volontà preponderanti ridotte in una sola, non restava più nè appello, nè ricorso, nè speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo della potente Russia, abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in modo tanto attivo nelle faccende di Europa; conciossiachè le abitudini più facilmente si contraggono che si dismettano, ed anche l'ambizione del dominare non si rallenta mai, anzi cresce sempre ed è insanabile. Rotto era e capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare, mentre l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata cagione di temere. Le scene di Erfurt erano per Napoleone più di apparato che di arte, per Alessandro più di arte che di apparato.
Giovacchino Murat, nuovo re di Napoli, annunziava la sua assunzione ai popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle Due Sicilie, due primi e supremi pensieri nodrire, esser grato al donatore, utile ai sudditi; volere conservar la costituzione data dall'antecessore; venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col principe Achille, suo reale figliuolo, venire co' figliuoli ancor bambini, commettergli alla fede, all'amore loro; sperare farebbero i magistrati il debito loro; in esso consistere la contentezza dei popoli, in esso la sua benevolenza.
Principiarono le napolitane adulazioni. Il consiglio di Stato, il clero, la nobiltà mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a Giovacchino re. Il trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli intanto esultava. Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali, ogni cosa in pompa. Una statua equestre, rizzata sulla piazza del mercatello, rappresentava Napoleone augusto. Un'altra sulla piazza del palazzo raffigurava, sotto forma di Giunone, Carolina regina. Perignon, maresciallo di Francia, lodato guerriero, appresentava, il dì 6 di settembre, a Giovacchino le chiavi di Napoli. Generali, ciamberlani, scudieri, ufficiali, soldati, chi con le spade al fianco, chi con le chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme, chi portando rami d'alloro e chi di ulivo. Firrao cardinale col baldacchino e con gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta della chiesa dello Spirito Santo: condottolo sul trono, a tal uopo molto ornatamente alzato, cantava la messa e l'inno ambrosiano. Terminata la ceremonia, per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la gioventù e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede nel real palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio, faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina; risplendeva, come lo sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle forme, miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.
Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi l'isola di Capri, la quale, come posta alla bocche del golfo, è freno e chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo a coloro che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore agli aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto pregiudizio dei traffici commerciali. Pareva anche vergognoso che un Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte massimamente degl'Inglesi, tanto disprezzati. Aveva Giuseppe, per la sua indolenza, pazientemente tollerato quella vergogna: ma Giovacchino, soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario cominciar il dominio con qualche fatto d'importanza: andava contro Capri. Vi stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci d'ogni nazione, e che si chiamavano col nome di reale Corso e di reale Malta. Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacarpi, ed il forte maggiore con quelli di San Michele e di San Costanzo. Partiti da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque, andavano Franzesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a terra per mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè gl'Inglesi si difendevano risolutamente, s'impadronirono d'Anacarpi: vi fecero prigioni circa ottocento solduti del reale Malta. Conquistato Anacarpi, ch'è la parte superiore dell'isola, restava che si ricuperasse l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per una strada molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la quale traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San Michele. Fu forza alzar batterie sulle sommità per battere i forti: l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi di uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava prospera al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano gl'Inglesi dal lido. Il re che stava sopravvedendo dalla marina di Massa, fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo propizio, spingeva in aiuto di Lamarque nuovi squadroni. Gl'Inglesi, rotti già in gran parte e smantellati i forti, si diedero, il dì 2 di ottobre, al vincitore. L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon augurio del nuovo governo.