I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perirono, o nei combattimenti, che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o, preferendo una morte pronta alle lunghe angosce, o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinarii composti d'intendenti delle provincie, e di procuratori regi, erano partiti in varie classi, quindi mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes. Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a giuste pene fatti iniqui. Succedevano vendette che fanno raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Cartopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Parafanti donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila del destinato giorno, l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boia alla coda, marciavano in una processione, che non si saprebbe con qual nome chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di San-Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo si accostavano al patibolo: quivi una morte crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizii coloro che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani, spinti da rabbia e da desiderio di vendetta, infierivano contra i malfattori; insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani togliendoli dei carnefici per ucciderli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizii, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, ed anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor minaccie, ferocia e furore; la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari angusta e malsana videne perire nell'insopportabile tanfo gran moltitudine.
La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento o per angoscia sui morti, i sani sui moribondi; e sè stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame pozza di putrefatti cadaveri diventò la costrovillarese torre; sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggi a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi; biancheggiarono e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terrore maggiore sopravanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti; si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura, vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie; Manhes la fece; il suo nome saravvi e maledetto e benedetto per sempre.
MDCCCXI
Anno di
Cristo
MDCCCXI
. Indizione
XIV
.
Pio
VII papa 12.
Francesco
I imp. d'Austria 6.
Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sì soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizii.
Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone, ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo.
Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.
Desiderava Napoleone che il senatoconsulto dell'unione dello Stato romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte.