La repubblica ormai disperava della sottomessione de' Corsi. Nè le forze, nè le lusinghe, nè i maneggi erano valsi. Paoli sormontava d'ardire e di potenza, e quello che Genova non aveva potuto ottenere su' principii del prode e provvido tenente corso, da Napoli venuto con non altro che col suo nome e coll'ardente desiderio di servire la patria, assai meno poteva sperar di conseguire presentemente che il capitano generale dei sollevati aveva assuefatto al suo freno i suoi paesani insofferenti di ogni altro, che aveva dato tante prove di perizia di guerra e di prudenza di Stato, e che già per parecchi anni aveva resistito contro le insidie de' partigiani e contro le forze dell'antica signoria. Alla sua voce, la Corsica quasi tutta concorde ed unanime si muoveva, e le armi minacciosa e fiera contro Genova brandiva: di bocche da fuoco, di ferree punte erano tutti quei lidi orridi ed ispidi.
Non potendo da sè, Genova pensò di usare soldati forastieri. Sperava con tale mezzo di venire ad un aggiustamento che discreto e ragionevole fosse. Questo era un ultimo sperimento ch'essa voleva fare, il quale, se, secondo l'aspettazione, non succedesse, aveva in animo poi di abbracciare un partito, per cui i Corsi, se non sarebbero più stati di lei, di loro medesimi non sarebbero nemmeno. Amava meglio vedere la Corsica in balia altrui, che signora di sè medesima.
A dì 7 di agosto fu sottoscritto in Compiegne tra la Francia e la repubblica un trattato per cui si concluse che approderebbero in Corsica sette battaglioni franzesi, e prenderebbero le stanze loro in Bastia, Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non già verrebbero per far guerra ai Corsi, che anzi da amici li tratterebbero, ma solamente per difendere quelle piazze, ed impedire che di esse non s'insignorissero. Verrebbero anche come portatori di pace, avendo il conte di Marbeuf, che guidare li doveva, ordine di persuadere un accomodamento, e facoltà di concluderlo. Arrivarono in fatti, e nelle destinate piazze si posarono. Da quel momento in poi la Corsica non fu più di Genova che di nome.
Gravissima carestia percosse in questo anno la parte meridionale dell'Italia. Napoli si trovò più volte in necessità di combattere sedizioni popolari dal caro del pane prodotte; Roma, più povvidente, mandò suoi commessi in più parti, e quindi fe' sì che il popolo se non abbondantemente, almeno sufficientemente fosse provveduto.
MDCCLXV
Anno di
Cristo
MDCCLXV
. Indizione
XIII
.
Clemente
XIII papa 8.
Francesco
I imperadore 21.
Giuseppe
II imperadore 1.
Genova, che sola per molti anni sentiva in Italia il peso della guerra, mentre il rimanente della penisola godeva d'una calma invidiabile, Genova fu debitrice alla geografica sua situazione di vedersi scelta ad accogliere nel suo seno due gran principesse, cioè la infante Maria Luigia figliuola del re di Spagna, destinata sposa all'arciduca Leopoldo d'Austria e l'infante Luigia di Parma, contemporaneamente destinata al talamo del reale principe d'Austria, figlio dello stesso re di Spagna. Ma la gioia di queste accoglienze fu presto conversa in lutto per la morte in quel mentre accaduta in Alessandria dell'infante don Filippo di Parma, padre dell'una e zio dell'altra delle dette principesse, rapito dal vaiuolo nel suo quarantacinquesimo anno. A lui succedette l'infante don Ferdinando, suo figliuolo, allora in età di quattordici anni.