Il marchese Tanucci e Carlo di Marco, ministri del re di Napoli, lo movevano a statuire, come statuì, che i conventi che non potevano mantenere dodici frati fossero soppressi, e i frati distribuiti in altri conventi, con obbedienza di tutti verso gli ordinarii; che nissuno prendesse l'abito claustrale prima di ventun anni, nissuno professasse prima dei venticinque; che le rendite dei conventi fossero depositate nel banco di Napoli a benefizio ed uso dei conventi per quella rata che sarebbe creduta necessaria; che le cause loro in prima istanza si giudicassero dui vescovi, e in appello da un tribunale supremo instituito dal re; che i conventuali forastieri tornassero nei loro paesi; che i benefizii e le dispense di affinità si conferissero dai vescovi; delle rendite delle confraternite, cappelle, congregazioni, una parte restasse assegnata al culto divino, e dell'altra il re disponesse per opere pie; soprantendesse un magistrato apposta creato dal re alle rendite dei vescovati, e se dei più ricchi qualche cosa soprabbondasse, si ripartisse tra le chiese povere ed i vescovi meno facoltosi.

In Toscana, in cui, sino dal 1751, per opera del reggente Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio, essere nelle carceri ordinarie condotti, ma stare e vivere per loro l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo, la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la bolla In Coena Domini; vietò ai conventi d'avere carceri senza la approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni; che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divino i parrochi ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.

Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de' suoi abitatori.

E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato castello già chiamato Sipar.

Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione, schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone, rimaste prima sepolte che morte.

MDCCLXX

Anno di
Cristo
MDCCLXX
. Indizione
III
.

Clemente
XIV papa 2.

Giuseppe
II imperadore 6.

Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bolla In Coena Domini, tanto dispiacente ai sovrani, Clemente XIV se ne astenne, omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio, accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono le differenze.